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Secondo quanto raccontato da alcune fonti all’Associated Press, in Europa ci sarebbero almeno 400 elementi collegati allo Stato islamico pronti a compiere attentati. Si tratta di un network di cellule segrete, poco strutturate, agili e semi-autonome, addestrate nei territori del Califfato, preparati per aspettare sotto traccia il momento giusto per portare a termini attacchi pianificati. Un’informazione che arriva a pochi giorni di distanza dall’attentato multiplo che ha ucciso 30 persone ferendone oltre 300 nel centro amministrativo dell’Unione Europeo, Bruxelles, capitale del Belgio, paese finito al centro delle polemiche: polizia e intelligence messe sotto accusa per la scarsa professionalità, e torna di primo piano il dibattito sulla necessità di costruire un sistema integrato di servizi segreti e unità anti terrorismo europeo. Una questione che pare avere contorni politico-culturali da risolvere, più che aspetti organizzativi: giovedì 24 marzo, i ministri degli Interni e della Giustizia dei paesi membri dell’Unione Europea si sono incontrati proprio a Bruxelles per discutere del dossier terrorismo e cercare di superare le divisioni dinanzi alla minaccia. Si deve pensare ad una “strategia nazionale anti radicalizzazione, per evitare che venga piantato un seme che poi dia negli anni a venire un frutto avvelenato”, ha dichiarato il ministro degli Interni Angelino Alfano a margine del vertice.

L’FBI EUROPEO E L’EUROPOL

Due giorni fa il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, ha sottolineato come “serva una struttura unica di sicurezza europea”. Della stessa opinione un suo predecessore, Romano Prodi, che in un fondo sul Messaggero e sul Mattino ha criticato il lavoro dell’intelligence dei paesi membri “ancora insufficiente e soprattutto ancora frammentato”. La terminologia del momento l’ha invece utilizzata Enrico Letta, altro predecessore di Renzi, che in un’intervista rilasciata ad Avvenire, invitando l’UE a “smetterla con i servizi di intelligence nazionali a compartimenti stagni”, ha proposto la creazione di “un Fbi europeo”. La struttura in realtà già esiste, si chiama Europol e ha il quartier generale a The Hague, cittadina costiera olandese davanti al Regno Unito (e sede amministrativa all’Aia): l’agenzia diretta dall’inglese Rob Wainwright è nata nel 1999 per combattere la criminalità organizzata, il traffico di droga ed il terrorismo su tutto il territorio dell’Unione Europea. Ha un budget annuale di circa 94 milioni di euro, quasi mille dipendenti, ed è composta dalle unità designate per questa attività dai vari stati membri: tra i compiti principali c’è proprio agevolare lo scambio di informazioni. A questa si affianca il Centro di analisi dell’intelligence (Intcen), che si compone di una settantina di persone guidate dall’ex direttore dei servizi tedeschi, Gerhard Conrad, e che risponde direttamente a Federica Mogherini tramite il Servizio di azione esterna. Altra struttura europea è il Direttorato per l’intelligence militare dello Stato maggiore Ue (EUMS, altri duecento dipendenti). E infine c’è anche un Coordinatore antiterrorismo dell’Ue, che dal 2007 è proprio un belga, Gilles de Kerchove.

DEBOLEZZE

Queste strutture però non lavorano come una normale agenzia di sicurezza o intelligence, perché non esiste una comune interesse nazionale. Come la procura federale Eurojust, per esempio, Europol non compie attività per iniziativa diretta, ma solitamente ha il semplice compito di coordinamento delle varie polizie nazionali. Un’evidente debolezza, come sottolineato da Germano Dottori, docente di Studi strategici all’Università Luiss di Roma in un’intervista: “Sarebbe solo un altro carrozzone. Non potrebbe esserci un Fbi europeo senza un diritto penale federale europeo, cioè il Superstato europeo”.

SCARSO DIALOGO TRA INTELLIGENCE

Uno dei problemi centrali è l’assenza di dialogo tra le varie agenzie di intelligence, legata alla sovranità nazionale che l’UE lascia ai singoli stati, e dunque alla determinazione delle proprie influenze e dei propri interessi. Sempre Dottori ha chiarito il punto con un esempio: “Gli Stati nazionali sono sovrani. Perseguono interessi nazionali differenti e solo parzialmente conciliabili. Gli agenti dell’Aise (il Servizio segreto estero italiano, ndr) e della DGSE francese che lottano contro i jihadisti del Daesh in Libia e combattono contro gli scafisti, sono anche quelli che si affrontano tra loro per dilatare le sfere d’influenza dei rispettivi Paesi nella nostra ex colonia. Lì è scontro aperto tra Eni e Total. La Sicurezza comune non esiste, come ha dimostrato il flop francese all’indomani della strage di Parigi”.

L’INTELLIGENCE EUROPEA

Claudio Neri, direttore del Dipartimento di Ricerca dell’Istituto Italiano di Studi Strategici Nicolò Machiavelli, intervenendo su Formiche.net in un’approfondita analisi, aveva spiegato che se si volesse creare ciò che comunemente ormai viene definita un’intelligence europea, occorrerebbe o chiudere le agenzie nazionali  sostituendole con “burocrazie europee” (“ipotesi – secondo Neri – francamente al limite del ridicolo” e che “introdurrebbe un’ulteriore elemento di complessità”), oppure rafforzare le strutture già esistenti. Questa seconda strada, che significherebbe potenziare le attività di info-sharing, trova però ostacoli anche nell’approccio che molti paesi membri hanno avuto al problema, perché mentre c’è chi ha investito e costruito strutture di sicurezza funzionali, spiega Neri, ci sono nazioni europee che non sono state in grado di “adeguarsi ad una minaccia jihadista via via crescente”; tra queste il Belgio, per esempio, i cui servizi sono stati prima sciolti e poi ricostituiti con gravi lacune. Fu il premier belga Charles Michael a proporre la creazione di una “Cia europea” all’indomani dei fatti di Parigi, ma come sottolineato da Matteo Pugliese sempre su Formiche.net, l’agenzia almeno per ora non nascerà, perché i servizi segreti nazionali difficilmente cederanno spazio ad un’entità unitaria, e per il momento non condividono l’un l’altro niente se non lo stretto necessario (secondo il principio “need to know”, spiega Pugliese).

LA LOTTA IN EUROPA

Lo Stato islamico è un avversario complicato, perché per la prima volta pone davanti ai governi che lo contrastano una doppia realtà: quella delle statehood siro-irachene, dove il Califfato si muove e comporta come uno stato sia dal punto di vista militare che amministrativo, e quello del terrorismo. “Puoi pensare di bombardare Raqqa, ma non abbiamo intenzione di bombardare Molenbeek, Schaerbeek e Saint Denis” ha detto al New York Times François Heisbourg, presidente del think tank americano Institute for Strategic Studies. Il disastro dell’anti terrorismo in Belgio è un innanzitutto un disastro politico. Ci sono aree, come Molenbeek, considerate “no go zone” per le forze di polizia, dove è ovviamente impossibile ottenere informazioni, e sono proprio quelle stesse aree abbandonate dal governo centrale, lasciate libere di auto-isolarsi e auto-ghettizzarsi, facendo crescere comunità sviluppate fuori dalla realtà nazionale, sulla base di una sorta di accordo tacito non date fastidio, non vi controlliamo. Un sacrificio sull’altare del multiculturalismo e della pace, che in Belgio, paese intrecciato nei federalismi e nelle separazioni locali, ha raggiunto un livello simbolico. Peter R. Neumann, direttore dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence al King’s College di Londra ha semplificato il concetto sempre sul NYTimes: “Ci sono spazi in Francia e Belgio essenzialmente non governati, quasi simili alla Libia o allo Yemen”.

In uno dei covi perquisiti e connessi ai due fratelli El Brakaoui, i kamikaze che hanno colpito Bruxelles, sono stati trovati 15 chilogrammi di esplosivo di tipo Tatp (un composto chimico che si chiama perossido di acetone triciclico), 150 litri di acetone, 30 litri di acqua ossigenata, detonatori e una valigia con tutto l’occorrente per essere trasformata in una bomba: non è il primo di questi arsenali che vengono ritrovati nel centro amministrativo dell’Unione, che in diversi ormai chiamano “la Raqqa d’Eruopa”. Tutto succede non perché manca un’intelligence europea, ma più che altro per la disattenzione delle autorità politiche e di sicurezza locali.

L’APPROCCIO IDEOLOGIZZATO SBAGLIATO

Intervenendo a Sky Tg24 nelle ore successive all’attentato in Belgio, Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha sottolineato che “non basta avere un’intelligence e tutto va a posto”: il fatto che Salah Abdeslam, il maxi ricercato per gli attentati di Parigi, fosse ancora nascosto a Molenbeek, suo quartiere di origine, è una questione che più che con i buchi di intelligence va messa in relazione con il contesto sociale. Durante il blitz delle forze speciali belghe e francesi che hanno catturato Salah, i residenti del quartiere hanno reagito lanciando bottiglie contro cameraman e poliziotti (scene simili a quelle già viste in Italia, per esempio, durante gli arresti di criminali legati alla Mafia, alla Camorra, o altre organizzazioni criminali locali). “Il problema sono queste aree di fiancheggiamento che noi ignoriamo perché siamo troppo politicizzati nell’analisi” ha spiegato Parsi: molto spesso il problema viene affrontato con a monte una divisione ideologica tra chi vorrebbe dichiarare tutti innocenti e chi vorrebbe perseguitare intere comunità, ha chiosato il professore. I servizi europei devono per forza essere successivi alle attività di stato e polizia nazionali all’interno di queste realtà sociali.

L’AVVERTIMENTO PRECISO

Il premier belga ha rifiutato le dimissioni del ministro della giustizia e degli interni per le responsabilità dell’attacco, ma il governo vacilla. Le autorità beghe hanno riconosciuto le falle nella gestione della minaccia e delle segnalazioni prima degli attentati. Il procuratore federale ha ammesso che già da dicembre del 2015 si sospettava che uno dei fratelli el Bakraoui, elementi attenzionati, potesse essere in contatto con gli attentatori di Parigi. Al Belgio erano arrivate anche segnalazioni dalla Turchia, su attività sospette di uno dei due fratelli poi diventati kamikaze: arrestato dalla polizia turca perché rientrato dalla Siria e riconsegnato alle autorità belghe con tanto di avviso. La polemica sulle inefficienze belghe si è infuocata anche a seguito di un articolo del quotidiano israeliano Haaretz. Secondo le fonti che hanno parlato in esclusiva con il giornalista Hamos Harel, i servizi di sicurezza di Bruxelles sapevano con “un alto grado di certezza” che attacchi pianificati avrebbero colpito nell’immediato futuro l’aeroporto e la metropolitana della capitale belga. Nonostante ciò la minaccia è stata sottovalutata. Haaretz aggiunge che a quanto pare gli attentati sono stati pianificati direttamente a Raqqa, la capitale dello Stato islamico in Siria, e ciò aggrava ulteriormente il peso di quanto avvenuto tre giorni fa: una deliberata azione d’attacco in Europa, una sorta di tattica militare, portata a termine da una squadra di miliziani simili a quella vista in azione il 13/11 a Parigi, con cui la cellula belga ha connessioni strettissime e diversi elementi in comune (a cominciare dal bombarolo Najim Laachroui). “L’arresto di Abdeslam è stato apparentemente il grilletto per gli attacchi di martedì, a causa della preoccupazione dell’Isis che [Salah] avrebbe potuto dare informazioni sugli attacchi pianificati sotto interrogatorio” scrive il giornale israeliano.

 

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