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Bilancio fallimentare per l’Unione europea: e non si tratta né della storica incapacità di perseguire una politica estera condivisa, né della più recente inadeguatezza di fronte al dramma dei profughi che arrivano a centinaia di migliaia fuggendo da guerre e carestie, sospendendo il Trattato di Schengen per ripristinare i controlli delle persone alle frontiere. Parliamo invece della ormai manifesta inadeguatezza della Costituzione monetaria dell’Unione e degli errori compiuti nel fronteggiare la crisi finanziaria ed economica, iniziata nel 2008.

Le asimmetrie tra gli Stati europei non sono state ridotte, ma enfatizzate: i Paesi più deboli sono stati penalizzati, mentre i più forti ne hanno approfittato per imporre le regole a loro più favorevoli. E’ la negazione degli ideali che portarono alla fondazione della Comunità economica europea e della prassi seguita fino alla costituzione della Unione: non siamo più Stati sovrani legati da comuni interessi ed aspirazioni, ma un sistema in cui le regole difendono i più forti.
Sono serviti anni di recessione per mettere in sordina l’obiettivo del pareggio strutturale previsto nel Fiscal Compact per il 2015, anticipato addirittura di un anno nei confronti dell’Italia. Per un motivo o per l’altro, ormai si chiede l’applicazione di clausole di flessibilità: per ovviare al ciclo avverso, per tener conto dell’onere delle riforme, per finanziare gli investimenti strutturali o le spese per sicurezza e immigrazione. Anche la regola del debito, secondo cui sarebbe dovuto diminuire di 1/20 l’anno fino ad arrivare al 60% del pil, è rimasta nel cassetto: la stessa stabilizzazione del rapporto debito/pil viene spostata da un anno all’altro.

Anche alla Bce è servito molto tempo per superare il divieto generalizzato di sostegni finanziari agli Stati: c’è voluta la crisi dell’estate del 2012, ed un anno di tempo ancora, prima arrivare alla definizione del programma OMT che consente di procedere ad acquisti di debito pubblico senza un limite prefissato, nel caso in cui gli elevati tassi richiesti dal mercato compromettano gli obiettivi della politica monetaria.

Il Qe, adottato tempestivamente dalla Banca d’Inghilterra, dalla Fed statunitense e dalla Banca del Giappone con l’obiettivo di ridurre la disoccupazione, in Europa si è fatto attendere più a lungo ancora. E’ stato annunciato solo nel settembre del 2014, e con l’unico obiettivo di riportare l’inflazione a livelli vicini al 2% annuo, quando tutti i precedenti interventi di accomodamento monetario si erano dimostrati vani, dalle T-Ltro finalizzate all’erogazione del credito agli acquisti di corporate bond ed ABS. Per cercare di alzare l’inflazione, si è svalutato l’euro: ma neanche questo è servito per via della contestuale caduta dei prezzi internazionali del petrolio e delle altre materie prime.

In un momento di forte rallentamento dell’economia mondiale che coinvolge un po’ tutti, dal Brasile alla Russia, e dalla Cina alla Arabia Saudita, la stessa strategia di aumentare la competitività internazionale dell’Europa deflazionando i salari si è dimostrata controproducente: contraddicendo l’obiettivo di aumentare l’inflazione, ha solo abbattuto la domanda interna.

A sua volta, la Banking Union sta dimostrando crepe vistose. Mentre la Garanzia comune europea sui depositi non vede la luce per la netta contrarietà della Germania ad accollarsi il rischio di default altrui, la direttiva sul bail-in ha dispiegato effetti nefasti prima ancora di essere operativa. In Italia, per via dell’azzeramento del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate di quattro piccole banche, si è diffuso il panico tra i risparmiatori e gli investitori. La Vigilanza unificata sulle banche sistemiche è condotta in maniera inadeguata: l’anno scorso, i danni furono provocati dalle simulazioni circa la tenuta del capitale, per via degli scenari apocalittici ipotizzati negli stress test; quest’anno, la procedura di sorveglianza SREP non ha comunicato al mercato le prescrizioni per i singoli istituti. Questa opacità ha determinato dubbi ed incertezze, amplificando lo spazio per la speculazione. Dopo giorni di collasso delle quotazioni bancarie, non solo in Italia, è dovuto intervenire con l’auspicata durezza il Governatore Mario Draghi: “Non ci arrendiamo, siamo pronti a tutto”, ha annunciato, ripetendo il “Whatever it takes” del luglio 2012, di fronte al pericolo di una dissoluzione dell’euro determinata dal timore che alcuni Stati dichiarassero il default. Draghi ha colmato la grave lacuna della Vigilanza, negando che vi siano state richieste ulteriori di capitale per le banche italiane e precisando che esse hanno un grado adeguato di garanzie per le sofferenze e di collaterali.

Come se non bastasse il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione, viene pianificata la ristrutturazione automatica dei debiti pubblici per i Paesi che non siano più in grado di accedere ai mercati per finanziarsi, allungandone le scadenze: occorre prepararsi all’inevitabile default della Grecia, oberata da un debito pubblico insostenibile.

Dal Brexit al Grexit, la strada che porta alla dissoluzione sembra già segnata. Lastricata, come sempre, da ottime intenzioni.

Tutti i fallimenti dell'Unione europea (non solo sull'economia)

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