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Riuscire a parlare di intercettazioni in Italia senza cadere nel manicheismo ideologico di chi vorrebbe fortemente limitarle o di chi, per converso, vorrebbe utilizzarle anche per spiare la vita dei cittadini comuni “dal buco della serratura”, appare impresa davvero ardua.

Proprio per il paralizzante gioco dei veti incrociati, non si è ancora addivenuti nel nostro Paese a una disciplina coerente e organica dell’utilizzo e della pubblicazione degli ascolti. Il Garante della privacy di tanto in tanto duella con l’Ordine dei giornalisti sul concetto di essenzialità dell’informazione e sulla liceità o meno della diffusione sui media di intercettazioni non pertinenti alle indagini. Discussioni spesso sterili che non chiariscono una volta per tutte i confini tra diritto alla riservatezza dei protagonisti delle notizie e diritto dei cittadini ad essere informati correttamente su fatti di interesse pubblico.

Nell’attesa di una riforma legislativa, alcune Procure si sono cimentate in una sorta di autoriforma. Nel novembre 2015 aveva “aperto le danze” la Procura di Roma, delimitando il campo delle registrazioni da inserire nelle carte giudiziarie consultabili da tutti. Ciò al fine di evitare sconfinamenti e usi impropri delle conversazioni di persone non indagate o estranee ai procedimenti penali. Nella circolare diffusa su iniziativa del capo della Procura della capitale, Giuseppe Pignatone, quando non vi sia un’evidente rilevanza ai fini della prova, l’investigatore che ascolta e compila i cosiddetti “brogliacci” dovrà astenersi dal verbalizzare il contenuto delle conversazioni intercettate e rivolgersi, nei casi più dubbi, al pubblico ministero. Ad essere protetti da quelle disposizioni sono una serie di dati sensibili, dalle opinioni politiche o religiose alle condizioni di salute alle abitudini sessuali, oltre ai dati di persone che non sono inquisite o che sono state intercettate indirettamente. Protette anche le conversazioni casualmente registrate con soggetti estranei alle indagini. In altre parole, tutto ciò che non è strettamente funzionale all’indagine in corso dev’essere trattato con estrema cautela, al fine di non violare inutilmente la privacy delle persone.

La Procura di Torino, due giorni fa, ha deciso di muoversi in analoga direzione, stabilendo in una circolare che non sarà più possibile pubblicare notizie o frasi o riassunti di conversazioni non pertinenti alle indagini e che contengano “dati sensibili”, ovvero attinenti alla sfera sessuale, religiosa o politica. Queste conversazioni non verranno più messe agli atti ma estrapolate e distrutte. La loro distruzione potrà avvenire solo dopo il vaglio di un giudice e non prima che l’avvocato ne sia informato e abbia avuto la possibilità di ascoltarle per verificare eventuali elementi utili alla difesa. Finora finivano tutte nel fascicolo e rischiavano, automaticamente, di essere date in pasto all’opinione pubblica attraverso media disinvolti e spregiudicati.

Ci auguriamo che a queste Procure ne seguano altre e che si possa contrastare con metodi efficaci e incisivi la “bulimia intercettatoria” tipicamente italiana, aggravata dagli abusi nella pubblicazione sui giornali di telefonate non rilevanti penalmente e spesso prive di interesse pubblico.

Un giornalismo credibile, pur nella sacrosanta difesa del diritto di raccontare e smascherare agli occhi dell’opinione pubblica i reati commessi da personaggi pubblici, dovrebbe astenersi da un accanimento su vicende assolutamente private e marginali che finiscono per ledere la privacy dei protagonisti.

PIGNATONE CIRCONDATO DALLA SCORTA_resize

Perché è giusto tutelare la privacy nelle intercettazioni

Riuscire a parlare di intercettazioni in Italia senza cadere nel manicheismo ideologico di chi vorrebbe fortemente limitarle o di chi, per converso, vorrebbe utilizzarle anche per spiare la vita dei cittadini comuni “dal buco della serratura”, appare impresa davvero ardua. Proprio per il paralizzante gioco dei veti incrociati, non si è ancora addivenuti nel nostro Paese a una disciplina coerente…

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