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La tempesta quasi perfetta che sta colpendo le banche non è solo un problema italiano. Al centro delle turbolenze di queste ore, che affossano i titoli in borsa, ci sono infatti anche istituti di credito di Paesi considerati tra i più virtuosi, come l’intransigente Germania di Angela Merkel, che ha nel tempo riversato nelle casse delle proprie banche (seppur in un diverso contesto di regole) decine di miliardi di soldi pubblici. Una possibilità ora negata dall’Unione europea a nazioni come l’Italia.

DEUTSCHE BANK IN SUBBUGLIO

Oggi sono continuate le vendite su Deutsche Bank, all’indomani del tonfo che ha portato il titolo ai minimi di sempre a causa dei timori sulla capacità dell’istituto di rimborsare le cedole di un bond subordinato. Il titolo ha provato a reagire, oggi, ma come il resto dei mercati ha poi virato di nuovo al ribasso. È durato poco il beneficio derivante dall’intervento ufficiale sul mercato da parte della banca tedesca: una nota in cui spiegava di avere la liquidità sufficiente per i rimborsi. “Nel 2016 la nostra capacità di pagamento è prevista a circa 1 miliardo di euro, sufficiente per coprire il coupon AT1 che al 30 aprile sarà circa di 350 milioni di euro”, ha scritto Deutsche Bank nella nota. I titoli del gruppo tedesco sono crollati dopo le dichiarazioni degli analisti di Creditsights, secondo cui il colosso tedesco potrebbe far fatica a pagare i coupon sui co-co bonds qualora i risultati operativi dovessero essere peggiori del previsto o i costi di litigation superiori alle attese. Su questi timori, i cds sul debito del gruppo – assicurazioni contro il suo fallimento – sono saliti ieri a 236 punti, un livello non raggiunto nemmeno nemmeno nei momenti più bui della crisi finanziaria del 2008. La corsa è poi proseguita anche oggi.

UN PROBLEMA (ANCHE) TEDESCO

“Un mercato Orso così violento nell’ampiezza dei movimenti al ribasso e nell’intensità temporale – ha scritto oggi Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore -, non lo si vedeva dalla Grande Crisi post-Lehman. Una fuga dalle Borse che ha come epicentro in particolare le banche. Ma sbaglia chi pensa che nel mirino della scommessa ribassista siano entrate solo le banche dei Paesi fragili del Sud Europa. L’avvio in Europa è partito da lì, dai timori (più che esasperati) del rischio insito per azionisti e obbligazionisti dalle nuove regole del bail in, il salvataggio in caso di insolvenza tutto in capo agli investitori e non più agli Stati. Ma se il calcio d’inizio è stato quello, in realtà il contagio si è subito esteso come un falò che tutto brucia”. Se da un lato, sottolinea il quotidiano confindustriale, sono andate giù “con forza le Popolari italiane, la solita Mps e Ubi che sono arrivate a perdere per alcune di loro oltre il 10% del prezzo”, il crollo “ha investito in egual misura i colossi dell’investment banking europeo”. Compresi gli istituti di credito di Berlino. “Deutsche Bank fa -9,5% e cumula un -38% da inizio 2016. Idem Commerzbank (-9,5% ieri e -31% da inizio anno)”.

NUMERI E SCENARI

Se si entra nel dettaglio, sono i due i casi più eclatanti che riguardano la Germania. Deutsche Bank, ha rimarcato Pavesi del Sole, “è ormai un caso di scuola”. La banca tedesca “ha perso metà del valore in 12 mesi e oltre il 70% negli ultimi anni. Una lenta agonia in Borsa per una banca che quota sotto il 40% del suo capitale e che ieri (lunedì 8 febbraio, ndr) ha dovuto smentire che ci siano problemi sui suoi bond subordinati nel caso estremo di un bail in. A tanto è arrivato il parossismo di un mercato che non si fida più. A testimoniarlo per il colosso tedesco, l’impennata violenta dei Cds sul debito in crescita di 32 punti base a 222 punti e con quello sui subordinati che è salito a quota 441 ai massimi del 2011. Il termometro del rischio torna a correre per una banca che ha archiviato il 2015 con una perdita per 6,8 miliardi. La più profonda nella storia recente della prima banca di Germania, quasi doppia rispetto al buco da 3,8 miliardi nell’anno crucis della crisi, il 2008″. Quasi una valanga, che, aggiunge il quotidiano diretto da Roberto Napoletano, si traduce in numeri impietosi: ” gli analisti di Credit Suisse stimano per Deutsche Bank in oltre 5 miliardi le future perdite per cause legali non coperte dalle riserve. Valgono quasi il 10% del capitale della banca. Troppo rischio, pensa il mercato, per un rendimento sul capitale che per alcune grandi banche vale solo il 5-6%”.

I CDS VOLANO

La mossa rassicurante di DB con la nota mossa descritta in precedenza non ha calmato troppo i mercati, nonostante le rassicurazioni giunte anche dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble; tanto che “i credit-default swap, i contratti di assicurazione dal rischio d’insolvenza” del gruppo bancario tedesco, riportava lunedì l’agenzia Ansa, sono “volati oltre quota 200 ai massimi da fine 2012”.

L’andamento recente del titolo di Deutsche Bank nel grafico di Zero Hedge

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LE TRIBOLAZIONI DI COMMERZBANK E LANDESBANK

Altri esempi emblematici dell’esposizione della Germania sono quelli di Commerzbank, delle banche regionali (le Landesbank) e delle casse di risparmio (le Sparkasse). “La seconda banca tedesca”, scriveva sempre Fabio Pavesi sul giornale confindustriale il 7 febbraio, “non si è più ripresa dal buco di 4,5 miliardi che l’ha prostrata nel 2009. I profitti netti hanno continuato a calare e il saldo cumulato è tuttora negativo. Ma Germania vuol dire oltre ai due campioni più rappresentativi, un sistema bancario pubblico per il 40% degli attivi bancari, fatto di Landesbank e Sparkasse. Le sole Landesbank hanno prodotto negli anni immediatamente successivi al 2008 ben 14 miliardi di perdite, in un sistema quello bancario tedesco che è stato puntellato, pena l’implosione, da aiuti di Stato per oltre 230 miliardi di garanzie e con un esborso reale netto per oltre 80 miliardi”.

GLI OCCHI CHIUSI DELLA BUBA

A queste pene, che accomunano le banche tedesche a quelle italiane e francesi, si sommano poi valutazioni politiche. “L’onda lunga delle tensioni sui titoli Deutsche – scrive oggi Rosario Dimito sul Messaggero – risale agli ultimi nove mesi: sul listino ha perso il 52,1%”. Eppure, prosegue Di Mito, “sembra che i falchi della Bundesbank, mastini sulle decisioni riguardanti la politica economica europea, non lo siano altrettanto nel monitoraggio delle proprie banche come lo è, invece, Bankitalia che, su alcuni istituti considerati più vulnerabili, da settimane compie un check quasi quotidiano per verificare lo stato della liquidità”.

GLI AIUTI ALLE BANCHE

Non solo. Se da un lato Berlino e la Bundesbank si sono rivelati tra i più tenaci oppositori, in sede europea, di una bad bank di sistema per mettere al riparo dalla speculazione le malmesse banche italiane, Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net, ha ricordato come, a differenza di Roma, la Germania abbia nel suo tempo gettato “nella fornace” dei propri istituti di credito circa “144 miliardi” di soldi pubblici.
Cifre snocciolate, seppur con qualche differenza, anche dal ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan. Intervenendo il 6 febbraio alla scuola di formazione politica del Pd, il titolare del dicastero di Via XX Settembre – racconta il Corriere della Sera – “ha fatto vedere un grafico sugli aiuti pubblici che i governi hanno dato alle banche fino al 2014. Al primo posto c’è la Germania, con quasi 240 miliardi di euro, seguita da Regno Unito (162,5), Spagna (52,4), Irlanda (41,8), Grecia (39,8) e così via. Chiude la classifica l’Italia con appena un miliardo di euro”.

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