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L’infaticabile Eugenio Scalfari partecipa, a suo modo naturalmente, al conto alla rovescia per il quarantesimo compleanno della sua Repubblica di carta. Che il 14 gennaio vedrà contemporaneamente accorrere lettori ed amici ad una festa nella città romana della musica, e Mario Calabresi insediarsi alla guida della testata dopo i vent’anni di direzione di Ezio Mauro, seguiti a loro volta ai vent’anni del fondatore.

Abituato com’è, e giustamente, a prendersi sul serio, in questo aiutato dagli aspetti fisici della sua personalità, alto e dritto anche col peso degli anni, Scalfari ha colto l’occasione della sua ultima omelia laica, nel ventennio di Mauro, per offrire una cornice di lettura e di interpretazione dei fatti e dei problemi attuali al nuovo direttore in arrivo. Che con molto garbo, forse al limite dell’imprudenza, accorrendo personalmente a casa sua ai primi segnali del “fastidio” avvertito dal fondatore per le modalità della nomina, esortò Scalfari a non rinunciare ai suoi interventi domenicali per non privarlo, appunto, della possibilità di ispirarvisi. Cosa che deve essere comprensibilmente piaciuta a Scalfari, anche se lo ha trattenuto dall’anticipare pubblicamente a Calabresi il benvenuto, che si è forse riservato di dargli dopo l’insediamento formale, cioè nella prossima omelia. Quando, peraltro, il nuovo direttore si sarà già presentato ai lettori, si vedrà se e in quale misura recependo le indicazioni o visioni della realtà indicate dal fondatore per questa settimana di transizione dalla vecchia alla nuova direzione.

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Se il proposito di Mario Calabresi fosse veramente quello attribuitagli da molti, si vedrà se a torto o a ragione, di aprire una linea di credito al presidente del Consiglio Matteo Renzi, come ha già fatto alla guida della Stampa meritandosi forse proprio per questo la promozione, non si può proprio dire che Scalfari, d’altronde diffidente da tempo nei riguardi del segretario del Pd, lo abbia incoraggiato.

Già nel titolo del suo intervento domenicale non si avverte un’aria promettente, con quell’Italia “tagliata a fettuccine” in una “Europa a pezzi”, che rischia di giocarsi la propria sopravvivenza politica in pochi mesi, viste le complicazioni crescenti nella gestione dell’epocale fenomeno dell’immigrazione.

Tra le fettuccine tricolori sollevate con una tremolante forchetta da Scalfari troviamo “le mance e mancette” con le quali Renzi cerca di propiziare una “crescita in parte figurativa”, e una “premiership faccendiera” proiettata verso “un referendum costituzionale che quanto di peggio si possa concepire”, specie in assenza dei limiti imposti al referendum abrogativo delle leggi ordinarie, la cui validità è condizionata alla partecipazione della maggioranza degli aventi diritto al voto. Mentre ai referendum di cosiddetta conferma delle modifiche costituzionali bastano notoriamente quattro gatti alle urne per determinarne l’esito. Che nel caso di Renzi, visto il modo in cui il presidente del Consiglio ha impostato la questione referendaria, significherà la conquista o meno di un suo forte primato, o premiership, come preferiscono dire, all’inglese, i soliti esperti. Sarebbe in gioco, insomma, una Corona.

Di questa premiership, a causa di un’astensione già diffusa ma destinata secondo lui a crescere ancora, Scalfari vede l’inconveniente di una “minorità” congenita. “Una premiership di minoranza” – scrive testualmente il fondatore di Repubblica – che potrebbe anche essere “una soluzione, con i tempi bui” in cui ci troviamo, ma “non certo democratica e tanto meno di sinistra”, considerando anche il fatto che l’astensionismo farà presumibilmente aumentare nelle urne il peso degli “abbienti” e delle “clientele dei vari emirati”, come Scalfari chiama e giudica partiti, correnti, centri di potere e quant’altro sta crescendo attorno a Renzi.

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Da un’analisi e/o previsione così critica, condita anche di un giudizio pesante sull’”ormai risibile protagonismo in politica estera”, e di un invito a “turarsi il naso” di fronte alle vicende della Banca Etruria e dintorni, con rischi di coinvolgimento di genitori eccellenti di governo, Scalfari è arrivato ad un appello. Questa volta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, vista la poca fiducia negli elettori, perché eserciti al meglio il suo compito di “vigilanza”. Usando – ha insistito Scalfari – “la moviola dei giornali”.

Ovviamente, quanto più saranno critici, si presume, tanto più i giornali meriteranno di essere letti e recepiti al Quirinale. E questo potrebbe anche essere un consiglio, se non un monito, del fondatore della Repubblica di carta al giovane direttore che sta per insediarsi.

Ecco le ultime lezioncine di Scalfari a Renzi

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