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Le severe ed evidenti misure di sicurezza oggi in vigore nelle maggiori città europee testimoniano uno stato di allerta che, per livello, estensione spaziale e durata temporale, non trova precedenti nella storia dell’Unione europea. Attentato dopo attentato, rivendicazione dopo rivendicazione, video dopo video, la minaccia del terrorismo stragista di matrice islamica si è guadagnata, presso tutti i governi degli Stati membri e i rispettivi apparati di sicurezza e intelligence, una credibilità che non lascia più spazio a sottovalutazioni o titubanze di alcun tipo.

L’accresciuta presenza delle forze di Polizia sul territorio, l’intensificazione dei controlli su chi viaggia e l’impiego dei militari per la sorveglianza di aree e installazioni sensibili sono misure che, per un verso, certamente concorrono a rassicurare opinioni pubbliche sconcertate quando non impaurite.

Ma è innegabile che, d’altra parte, proprio queste stesse sacrosante misure di prevenzione, in ragione della loro visibilità, indispensabile a fini di deterrenza, finiscano con l’indurre molte persone ad adottare alcuni accorgimenti prudenziali, come evitare determinati luoghi o mezzi di trasporto, muoversi in alcune ore del giorno piuttosto che in altre. In poche parole, a modificare le proprie abitudini e il proprio stile di vita. Quando ciò avviene, il terrorismo ha già segnato un punto a proprio favore, come ricorda bene chi ha vissuto l’esperienza dei nostri anni di piombo.

Se le cose stanno così, la politica non può limitarsi a fare solo ciò che l’emergenza impone, cioè rafforzare l’azione delle forze dell’ordine e dei servizi di informazione, stanziando nel contempo le risorse finanziarie aggiuntive sempre necessarie in questi casi, soprattutto dopo anni di pesanti tagli ai bilanci della sicurezza. Quando il terrorismo arriva a incidere sul nostro modo di vivere, bisogna infatti chiedersi quali errori politici siano stati commessi, sia a livello nazionale sia europeo.

Si sono sottovalutate le difficoltà di integrare masse crescenti di immigrati in periodi di pesante recessione economica e, conseguentemente, si sono adottate scelte normative sbagliate nel tempo e nella misura riguardo all’immigrazione? Sono state sottovalutate le difficoltà che, con evidenza, tuttora si oppongono a una effettiva integrazione delle comunità islamiche? Siamo in grado di far crescere nelle nostre scuole cittadini italiani o francesi o belgi di religione islamica? Siamo in grado di farlo nella stragrande maggioranza dei casi o solo in percentuali meno soddisfacenti, o addirittura trascurabili? Stiamo solo creando dei ghetti destinati a esplodere come le periferie francesi o belghe? Qual è il rischio aggiuntivo che tali questioni irrisolte generano in Italia, un Paese che, a più di centocinquant’anni dalla sua unità, è ancora alle prese con seri problemi di coesione sociale e nazionale? La lista delle domande urgenti è ben più lunga di questa, soprattutto se si allarga il campo alle questioni di politica estera, e certamente non ci si può limitare alla la solita cantilena: “per sconfiggere questo terrorismo ci vuole più intelligence”.

Una buona intelligence aiuta a combattere il terrorismo e lo fa ancora meglio se può integrare il proprio lavoro con quello di forze di Polizia ben preparate, tecnologicamente dotate e capillarmente presenti sul territorio.

Sappiamo tutti che il miglior modo di tirarsi fuori da situazioni molto complicate – e il terrorismo lo è sempre – consiste nell’evitare di cacciarvisi dentro. Una buona intelligence, per l’appunto, è molto utile anche a prevenire, o almeno a tentare di farlo, situazioni in cui l’emergere di un’aggressione terroristica è solo questione di tempo, o magari di minore o maggior fortuna: a questi fini è necessario che gli organismi informativi siano sollecitati con costanza e non solo nell’emergenza, chiedendo loro informazioni, valutazioni e analisi che permettano al decisore politico di considerare le varie ipotesi di evoluzione degli scenari politici, economici e sociali che, tanto per gli affari interni quanto per quelli di politica estera, possono generare criticità.

Se si può contare su solide cornici analitiche di contesto, che solo un lavoro metodico di scrupoloso, certosino e continuo approfondimento può creare e aggiornare, l’adattamento alla minaccia, pur trasversale e asimmetrica, sarà sicuramente migliore, così come la reazione all’emergenza.

Di fronte a un terrorismo che spara nel mucchio e molto spesso si autodistrugge nell’attentato, l’efficacia dell’attività repressiva si riduce notevolmente e può risultare fruttuosa solo se esistono filiere logistico­organizzative distinte dai gruppi di fuoco, sulle quali sia possibile reagire ex post. Nel contempo, la difesa degli obiettivi sensibili diventa una misura solamente parziale di fronte alla strategia dell’attacco ai cosiddetti soft target (ristoranti, bar, macellerie, sale da concerto, luoghi di aggregazione).

In questa situazione, l’azione delle forze di Polizia deve allora potersi esplicare prima dell’attentato, individuando chi lo sta preparando, chi lo eseguirà, chi collabora alla logistica e così via. La condivisione delle informazioni e delle conoscenze, dei quadri analitici e delle conseguenti valutazioni tra servizi e forze di Polizia diventa così non una scelta opzionale, ma il metodo per eccellenza.

Su questo terreno, una volta tanto, l’Italia si è mossa in anticipo rispetto agli altri Paesi, mettendo a punto già una dozzina di anni fa, nella sua versione embrionale, un modello operativo successivamente consolidatosi fino a meritare interesse e valutazioni positive anche in campo europeo. Si tratta del Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che riunisce con stretta periodicità presso il ministero dell’Interno esponenti delle forze di Polizia e di intelligence.

Piuttosto che correre dietro a improbabili progetti di intelligence europea, sembra più concreto pensare che la diffusione di un modello di questo tipo anche in altri ambiti nazionali, saldando meglio i rapporti di scambio informativo tra servizi e polizie di ciascun Paese, finirebbe col rafforzare non poco la qualità e l’utilità delle informative che corrono, parallelamente ma spesso senza incontrarsi, lungo i circuiti della collaborazione internazionale di Polizia, da una parte e dall’altra, attraverso i consolidati canali di scambio informativo tra le varie organizzazioni di intelligence impegnate nella collaborazione operativa contro la minaccia del terrorismo.

Perché non serve una Intelligence europea anti Isis

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