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Gran parte degli osservatori italiani non hanno notato che nell’ultima tempesta monetaria sui mercati europei l’accanimento è stato particolarmente duro. Lo hanno notato alcuni (pochi) commentatori stranieri, facendo anche allusioni che l’intervento del Consiglio della Banca centrale europea (Bce) e soprattutto la conferenza stampa del suo Presidente Mario Draghi, sia stato un assist agli istituti nostrani, in difficoltà per la ragioni illustrate e documentate da Guido Salerno Aletta su Formiche.net.

Non crediamo nelle doti salvifiche di Mario Draghi (e non ci crede neanche lui). Pensiamo anche, come Galileo Galilei nel dramma di Bertold Brecht sulla sua vita, che sono beati i Paesi che non hanno bisogno di eroi. In questa vicenda, eroi non ce ne sono: come spiegano la neuro-economia e la economia comportamentale, frasi ben comunicate, e comunicate al momento giusto, possono avere effetti di breve periodo importante ma non risolvono i nodi economici di medio e lungo periodo. Quindi, pensiamo che, al di là delle vicende asiatiche e latino-americane, l’accanimento dei mercati contro le banche italiane continuerà. Anche se si troverà una soluzione (ipotesi poco probabile) al completamento dell’unione bancaria con la garanzia europea sui depositi in conto corrente superiori a 100 mila euro. E pure se si farà un pateracchio per dar vita ad una o più bad bank seguendo il principio ‘tutti contenti, tutti canzonati’.

Il vero nodo è che le banche italiane, oltre ad avere in pancia 200 miliardi di crediti tanto deteriorati da essere di fatto non esigibili (per questo il governo e il settore bancario chiede una bad bank ed è disposto ad accettarla in varie forme), hanno attivi composti in gran misura di titoli di Stato (su cui tra l’altro la Commissione europea ha iniziative in corso che riguardano appunto gli istituti di credito).

L’accanimento è stato specialmente nei confronti di banche (tipo Mps) gonfie di titoli di Stato. Ciò dimostra che la finanza internazionale dubita della sostenibilità di un debito pubblico che ha superato il 135% del Pil (e vola verso il 140) mentre il Fiscal Compact di cui siamo stati tra i primi firmatari (e tra i primi “ratificatori”) di giungere al pareggio di bilancio (già rinviato da due anni) dal prossimo esercizio di bilancio (ossia quello del 2017) e di effettuare una drastica riduzione del debito pubblico di almeno un 20esimo l’anno per passare dall’oltre 130% del Pil al 60%. Data l’elevata pressione tributaria (gli italiani lavorano per pagare il fisco sino al 20 giugno di ogni anno), è difficile ipotizzare aumenti ulteriori di tassi ed imposte, quindi il Fiscal Compact comporta una drastica riduzione della spesa, meglio se dopo una rigorosa revisione.

Data la nostra storia in termini di revisione e riduzione della spesa e dato che la flessibilità in termini di indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni aumenta il debito pubblico, l’attacco alle banche depositarie dei titoli di Stato è una manifestazione evidente della poca credibilità delle nostre dichiarazioni in tema di sostenibilità di debito pubblico.

Come rispondere? Tagliando drasticamente la spesa di parte corrente, vendendo e privatizzando.

MARIO DRAGHI BCE

Perché il debito pubblico è un problema per le banche italiane

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