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E’ ricomparsa all’orizzonte (sostenuta persino da talune organizzazioni che si sono prese la briga di presentare esposti alla Corte dei Conti) la leggenda metropolitana secondo la quale, in Italia – contrariamente a quanto hanno sostenuto e sostengono tutti gli osservatori internazionali ed una convergente letteratura previdenziale da mezzo secolo – non ci sarebbe un problema-pensioni dal momento che basterebbe distinguere le prestazioni da annoverare come assistenza da quelle prettamente previdenziali. Le prime a carico del fisco, le seconde della contribuzione sociale.

Il fatto è che la conclamata separazione è stata realizzata da quasi un trentennio ed ambedue le tipologie di spesa – sia sotto forma di  assistenza che di previdenza – finiscono sempre nel conto dell’azienda Italia. In realtà, prima ancora che di una distinzione di carattere finanziario, siamo in presenza di un  criterio di opportunità (assai furbesco, tipico del genio italico). Col passare del tempo, infatti, il numero delle prestazioni ritenute assistenziali si è ampliato enormemente al solo scopo di giustificare un crescente intervento dello Stato nel finanziamento dell’Inps: quasi la metà dei trasferimenti statali al bilancio dell’Istituto – pari al 40% delle entrate complessive – viene destinata alla voce “oneri pensionistici” (pensioni e assegni sociali, prepensionamenti a vario titolo, integrazione al minimo, ecc.).

In verità, questo marchingegno di bilancio è stato inventato – con la legge n.88 del 1989 –  per far fronte ad uscite che l’Inps (non per sua responsabilità giacché le leggi che l’Istituto deve applicare le fa il Parlamento) non era più in grado di reggere con le proprie entrate contributive. Basti pensare che negli anni Sessanta era sufficiente un’aliquota contributiva intorno al 20% per finanziare tutte le prestazioni (compresi gli assegni familiari e gli ammortizzatori sociali), mentre oggi è applicata una del 33% (nel lavoro dipendente) per le sole pensioni. Sono diventati, pertanto, necessari apporti sempre più consistenti da parte dello Stato.

Un fenomeno analogo si è verificato, in generale, anche in altri Paesi europei, dove le uscite per le pensioni vengono calcolate nella loro effettiva consistenza, a prescindere dalla natura (contributiva o fiscale) dei flussi di entrata. Nessuno, colà, avrebbe la pretesa, sostanzialmente viziata di ideologismo, di avventurarsi sul terreno infido della separazione tra assistenza e previdenza, facendo valere – come accade in Italia – un atteggiamento perennemente rivendicativo, nei confronti dello Stato e della collettività, con la richiesta di ulteriori apporti. Come se queste risorse fossero dovute e non rispondessero, invece, a scelte di mera opportunità politica. E come se l’ammontare posto a carico dell’assistenza non dovesse essere computato quale spesa pensionistica, ma appartenesse ad un “Orto dei miracoli” in cui i miliardi di euro si moltiplicano, da soli, nel volger della notte.

Se fosse normalmente consentito di stralciare la quota di prestazioni coperta  dalla fiscalità generale e attribuita al settore assistenziale (anche in questo caso, però, il corrispondente fabbisogno  non svanirebbe nel nulla e i relativi miliardi non si trasformerebbero in coriandoli) quei paesi, i cui sistemi pensionistici di base sono direttamente finanziati per via fiscale, avrebbero diritto a sostenere che le loro pensioni non costano nulla. In ogni caso, va ricordato che: a) le prestazioni assistenziali a carico dello Stato sono puntualmente individuate dall’articolo 37 della legge n.88/1989. In seguito, altre ‘’prese in carico’’  furono stabilite  (con rilevanti oneri aggiuntivi) nella legge n. 449/1997 (ben due milioni di pensioni di invalidità dei coltivatori diretti furono attribuite, ad esempio, all’assistenza).

La Gestione degli interventi assistenziali (Gias) presso l’Inps, quindi, è, per definizione, in assoluto pareggio, in quanto lo Stato assicura completamente la copertura delle relative prestazioni (la stessa cosa fa, fino all’ultimo euro, con i trattamenti agli invalidi civili); b) nel 1998, a chiusura del dibattito sulla separazione tra previdenza ed assistenza (che si trascinava da anni), lo Stato ha abbuonato all’Inps 160mila miliardi di vecchie lire conferite, nel tempo, a titolo di anticipazioni di cassa, risanandone, così, il bilancio che, da allora, è compilato in modo conforme a quanto previsto dalla legge. E l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, a prescindere da come viene finanziata, resta, in Italia, la più elevata nell’Unione, nonostante le riforme.

Inps, tutte le leggende su assistenza e previdenza

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