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Sul campo di battaglia c’è un’effettiva convergenza tra Stati Uniti (e dunque Russia) e il governo siriano di Bashar el Assad. Questa convergenza informale, fatta di attacchi contro una sorta di nemico comune, lo Stato islamico, (molto meno nemico per Damasco) è continuamente negata dai funzionari di Washington. Però, nei fatti, gli aerei americani non colpiscono per mille ragioni diplomatiche le postazioni governative siriane, anche se inquadrano Assad come responsabile profondo della crisi in Siria.

Nonostante la collega americana Samantha Power sembra essersi abbastanza infuriata, l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, due giorni fa sulla Cbs ha riassunto la situazione in modo crudo ma efficace: «Penso che ci sia una cosa che ora condividiamo con gli Stati Uniti. Non vogliono che cada il governo di Bashar el Assad in Siria. Non vogliono che cada. Vogliono combattere lo Stato islamico in modo che non ci siano danni per il governo siriano. Ma non vogliono che il governo siriano si avvantaggi della loro campagna aerea contro lo Stato islamico. E’ davvero una situazione complicata».

Con i russi ormai dispiegati sul suolo siriano ─ ieri in serata sono arrivate le segnalazioni della presenza anche di 4 Su-27 Flanker, caccia russi, nei pressi di Latakia  ─ gli Stati Uniti si trovano inevitabilmente costretti a trattare con la Russia. Qualcuno tra i dem al Congresso comincia a chiedersi se allontanare il rais è davvero una buona scelta o se prima è meglio affossare lo Stato islamico ─ e dunque, nella seconda ipotesi, trovarsi davanti a un’altra inevitabile scelta: sdoganare il governo siriano come partner anti-IS (e anti threat terroristico globale), passaggio già praticamente fatto con le forze Quds iraniane, i Pasdaran, le milizie sciite settarie e infine Hezbollah. Barack Obama non sarà talmente dissennato da condividere piani di operazioni militari con certi soggetti, ma la decisione di coordinarsi con i russi alla fine ieri è arrivata, e in effetti pare una svolta nella strategia della Casa Bianca sulla Siria.

Ha scritto il New York Times: «Come il primo aereo da combattimento russo è arrivato in Siria, l’amministrazione Obama ha raggiunto Mosca per cercare di coordinare le azioni nella zona di guerra ed evitare un’escalation accidentale in uno dei conflitti più volatili del mondo». Se si considera che due settimane fa il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov riceveva un telefonata dal suo omologo americano come ammonimento per i nuovi aiuti militari a Damasco, e Obama definiva la scelta russa come «destinata al fallimento», la decisione presa venerdì di avviare dei contatti attraverso canali militari con Mosca è effettivamente un perno sulla strategia siriana.

Questi colloqui, ufficialmente, dovranno solo servire ad evitare incidenti, perché per il momento sembra abbastanza chiara la divergenza di posizione tra i due Paesi: dicono i russi che se Assad resta, se ne parla, se volete farlo cadere allora niente. Sono posizioni ufficiali, perché al di là di quel che s’è detto sopra, secondo diversi analisi anche in Russia si sta pensando ad un exit strategy per “salvare” il presidente siriano togliendolo dal proprio ruolo in una transizione negoziata ─ che ovviamente Mosca vuole guidare quasi in modo unilaterale. In quest’ottica, al di là del sostegno al governo di Damasco nell’immediato, è letto l’accumulo di militari russi sul suolo siriano: secondo un ufficiale americano che ha parlato anonimo al NyTimes, oltre ai 4 caccia (la cui possibile presenza era stata smentita come d’abitudine circa venti giorni fa da un portavoce di Putin) sarebbero arrivati anche quattro elicotteri da trasporto truppe Hip e quattro cannoniere volanti Mi-24 Hind. (Una nota: i Su-27 sono caccia intercettori da superiorità aerea, dunque inutili visto che il nemico dichiarato, lo Stato islamico, non ha un’aviazione. Per questo alcuni osservatori li inquadrano come un’operazione di deterrenza ─ far sentire la propria presenza militare ─ nei confronti degli aerei della Coalizione internazionale che bombarda in Siria).

La Russia, in definitiva, vuole mantenere influenza sulla Siria, che è il territorio che permette lo sbocco mediterraneo e presenza regionale: se avrà un gioco forte, potrà inoltre aumentare il proprio peso in Medio Oriente. E se trascinerà i tentennanti Stati Uniti in una “pseudo-coalizione” sotto la propria guida, allora quel peso aumenterà a discapito americano. Un esempio: Washington aveva chiesto ad alcune nazioni di chiudere lo spazio aereo al passaggio del ponte di rifornimenti militari russi diretti in Siria. L’Iraq, alleato americano, non lo ha fatto.

Intanto sono uscite le prime immagini su Youtube dei russi in azione in Siria: si muovono al nord ovest siriano, come previsto, nell’area di Idlib dove non c’è lo Stato islamico, ma i ribelli di Jaysh al Islam. Pochi giorni dopo che la notizia dell’aumento del coinvolgimento russo s’era diffusa in forma ufficiale, Assad ha ordinato un attacco aereo su Raqqa, la capitale siriana dello Stato islamico. Non è una strategia, è una posa: serve per descriversi come partner affidabile nel counterterrorism globale. Lo stesso successe nell’agosto scorso, dopo che la Coalizione internazionale aveva deciso di aprire i raid contro il Califfato sull’Iraq. Chiedetevi dall’agosto 2014 al settembre 2015 quanto altre azioni militari il regime ha condotto contro l’IS: praticamente nessuna. L’IS è il threat che serve a Damasco per dire che chi si ribella al regime è un pericoloso jihadista e va soppresso.

@danemblog 

Tutte le sintonie fra Usa e Russia in Siria

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