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Nel corso del 2015 è diventata chiara l’intenzione del Califfo dell’Isis Abu Bakr al­ Baghdadi di espandere la propria campagna di violenza in Africa subsahariana. Dal punto di vista della lotta al terrorismo, la regione non è mai stata in cima alla lista di priorità del mondo occidentale. Nonostante ciò, è qui che si insidia il più violento gruppo jihadista al mondo: Boko Haram. Quest’ultimo, insieme ad al­Shabaab nel Corno d’Africa e al­Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e altri affiliati in Mali e nel Sahel, rappresenta una delle tre minacce terroristiche principali nella regione subsahariana. Gli attacchi al centro commerciale Westgate di Nairobi o il recente attacco all’hotel Radisson Blu di Bamako sono solo due esempi di come questi gruppi abbiano preso di mira le capitali (e altre città) di questi Paesi, scegliendo come bersagli edifici frequentati da stranieri, in particolare occidentali.

Fino a ora, questi gruppi sono stati accomunati dal legame – più o meno formale – con al­ Qaeda, che sembra aver sofferto a causa della popolarità di Isis. Molti gruppi e individui, infatti, hanno giurato fedeltà ad al­ Baghdadi e abbandonato Ayman al­ Zawahiri e al­ Qaeda. Certi gruppi africani sembrano aver scelto la stessa strada, primo tra tutti Boko Haram, che nasce nei primi anni 2000 nella Nigeria settentrionale come una setta principalmente non­violenta. Nel tempo si è tramutato in un gruppo jihadista capace di aizzare una vera e propria insurrezione contro le autorità. Ha iniziato a collaborare con Aqmi dal quale riceve armi, fondi e training.

Nel 2014 Boko Haram ha occupato molte città e villaggi, dichiarando un proprio Stato nel nord­est. Oggi, la grande maggioranza di quel territorio è stato riconquistato dai militari, ma Boko Haram continua a operare in Nigeria – inclusa la capitale Abuja – Niger, Chad e Camerun. In marzo, il leader Abubakar Shekau ha giurato fedeltà ad al­ Baghdadi e, alcuni mesi dopo, il gruppo ha annunciato il suo nuovo nome, Provincia occidentale africana dello Stato islamico (Iswap), anche se non è chiaro se questo cambiamento sia stato autorizzato dallo stesso Shekau.

A oggi, l’esempio più chiaro di questa nuova alleanza riguarda la propaganda e la presenza mediatica. Detto questo, è ancora da verificare se l’alleanza abbia avuto un impatto diretto sul terreno di battaglia. L’opportunismo può aver giocato un ruolo nella decisione di Shekau di allineare il suo gruppo a quello di al­ Baghdadi. Dopotutto, e nonostante una certa affinità ideologica, l’opportunismo era stato una componente significativa del rapporto tra Boko Haram e Aqmi. Questa alleanza ha fornito all’Isis l’occasione ideale per stabilire un punto d’appoggio nell’Africa subsahariana, una base da cui poter espandere il califfato nel continente. In questo contesto, al­Baghadadi ha probabilmente apprezzato l’iniziativa di Boko Haram­Iswap quando, in un recente messaggio, ha incoraggiato i miliziani Somali di al­ Shabaab ad abbandonare al­ Qaeda in favore di Isis.

Al­ Shabaab è emerso nel 2006 come ala militare del Consiglio somalo delle Corti islamiche che all’epoca aveva assunto il controllo sulla maggior parte della Somalia meridionale. Da allora, al ­Shabaab ha ripetutatmente attaccato il governo, la missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom), Ong e civili sia in Somalia sia in Kenya. Il gruppo ha attratto molti combattenti al di fuori della regione, inclusi alcuni dall’occidente e dall’Asia centrale. Nonostante l’elevato numero di stranieri, la maggior parte dei membri sostiene un’agenda locale, piuttosto che la jihad globale.

Dopo negoziati durati anni, nel 2012 al­ Shabbab è diventato membro del franchise di al­ Qaeda. Questa alleanza è stata riconfermata nel 2014, quando il nuovo leader Ahmed Omar ha promesso fedeltà ad al­ Zawahiri. Ciò nonostante, molti tra i combattenti più giovani e stranieri sembrano voler avvicinarsi all’Isis, malgrado i rischi. Infatti, il gruppo è noto per eliminare i dissidenti attraverso la propria Polizia segreta, Amniyat. Recentemente hanno iniziato a trapelare i dettagli di alcune defezioni di alto livello.

Questa tensione tra coloro che voglio rimanere fedeli ad al­ Qaeada e i miliziani che aspirano a entrare nel califfato si sta manifestando, anche se meno intensamente, in Mali e nei Paesi limitrofi nel Sahel. Questa regione è stata a lungo teritorio di Aqmi, le cui origini risalgono alla guerra civile algerina. Questo ramo di al­Qaeda è noto per traffici illeciti e rapimenti a scopo di riscatto che hanno permesso ad Aqmi di sopravvivere nonostante le operazioni antiterroristiche di Usa e Algeria. Inoltre, l’afflusso di armi e mercenari a seguito dalla caduta di Muammar Gheddafi in Libia ha rinvigorito Aqmi e permesso la proliferazione di vari gruppi simpatizzanti. Tra questi, molti sono diventati i protagonisti della crisi in Mali nel 2012­2013 che ha dato luogo all’occupazione jihadista nella parte settentrionale del Paese per mano di Ansar al ­Dine, il Movimento per l’unità e la jihad in Africa occidentale (Mujwa) e lo stesso Aqmi.

Questi gruppi e non solo, ad esempio il Fronte di liberazione di Macina e al-­Mourabitoun, sono in varia misura collegati ad al­ Qaeda. In tale contesto, la promessa di fedeltà ad al­ Baghdadi resa a maggio da Abu Waleed al­ Sahrawi – leader di Mujwa e co­fondatore di al ­Mourabitoun – ha creato qualche perplessità. Una settimana dopo, l’altro co­fondatore di al­ Mourabitoun, Mokhtar Belmokhtar, ha negato che il gruppo si fosse allineato all’Isis.

Questi sviluppi indicano che – con diversi gradi di successo – l’Isis si sta facendo strada tra i gruppi jihadisti subsahariani. Come osservato in altre regioni, la transizione da al­ Qaeda verso Isis non è semplice e generalmente crea lotte intestine. A loro volta, tali tensioni possono causare la frattura che potrebbe indebolire i gruppi o, al contrario, risultare in una violenza più frammentata e quindi imprevedibile.

Il successo di Isis è una calamita, ma la crisi di al­ Qaeda non dovrebbe essere esagerata. Gli attacchi degli ultimi anni dimostrano che i gruppi affiliati ad al Qaeda rimangono in grado di pianificare ed eseguire operazioni in Paesi in via di sviluppo, sia contro obbiettivi locali che occidentali. Inoltre, al Qaeda continua a esercitare una forte influenza nel continente, soprattutto nel Sahel e nel Corno d’Africa. È importante inoltre sottolineare che, nonostante la retorica che spesso prende toni internazionali, i gruppi africani sono principalmente focalizzati su agende locali, ponendosi in antitesi con le ambizioni internazionali di Isis. Alla luce di questo, le dichiarazioni di fedeltà potrebbero continuare, ma è bene interrogarsi sulle vere motivazioni di fondo per verificare se è l’opportunismo, piuttosto che una vera e propria convergenza di ideologia, a spingere queste decisioni.

isis

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