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Come la si dovrebbe chiamare se non “guerra” quella che si sta combattendo nelle contrade d’Occidente e non solo? Interrogativo banale, è evidente. Ma necessario dal momento che ci sono ancora anime belle che rifiutano persino l’idea che si sia davvero in guerra. Perfino il ministro degli Esteri italiano è sembrato riluttante ad accettarla. Qualcuno preferisce parlare di aggressione. Nominalismi, si dirà. Ma non è così.

Fino a quando si tenterà di minimizzare ciò che sta accadendo, difficilmente si verrà a capo del conflitto più grave che è stato innescato da un fantomatico Stato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Chi rifiuta, forse in ragione di idiosincrasie culturali, la definizione di “guerra” dovrebbe andarsi a rileggere le considerazioni formulate da Carl Schmitt nella Teoria del partigiano oppure risfogliare le pagine dimenticate dell’invasione napoleonica della Spagna quando, non trovandosi davanti un esercito regolare, il Guerriero della Francia invitta fu costretto a modificare la propria strategia prendendo atto che la “guerra di popolo” era imprevedibile e come tale efficace. Non diversamente dai moti d’Algeria che indussero i generali francesi a mutare il loro atteggiamento davanti alla “guerra rivoluzionaria” che avrebbe contagiato altri “irregolari” chiamati guerriglieri la cui tattica terroristica avrebbe messo in ginocchio potenze ritenute invincibili.

Di fronte agli altri morti di Parigi, in un covo di jihadisti nel sobborgo di Saint Denis, a ottocento metri dallo Stade de France, nel corso di un’operazione di polizia; agli allarmi di Hannover; alla deviazione di due voli dagli Stati Uniti diretti a Parigi in seguito ad oscure minacce; alla paura che si avverte nelle strade della capitale francese, ma anche a Bruxelles come si fa a non parlare di uno “stato di eccezione” segnato dallo stragismo come variante tattico-strategica dei più convenzionali scontri tra forze armate contrapposte? Ed allo “stato di eccezione” si risponde con misure adeguate.

Resta il problema di chi può decidere quali debbano essere. Fin qui la confusione è stata totale. L’Unione europea è smarrita e disunita; gli Stati Uniti non vogliono assumersi la responsabilità di aprire un fronte che avvantaggerebbe l’odiato Bashir Assad; di una grande coalizione disposta a rischiare moltissimo inviando truppe di terra nemmeno a parlarne: le opinioni pubbliche occidentali, impreparate psicologicamente e culturalmente, non reggerebbero al primo morto; la Turchia, membro della Nato, ha un ruolo ambiguo e guarda al fronte curdo piuttosto che a quello dello Stato islamico; l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo si tengono a debita distanza, come le nazioni arabe nordafricane terrorizzate più dalle gesta criminali di Boko Haram che delle ambizioni del Califfo di Raqqa.

Il solo decisionista al momento sembra essere Vladimir Putin che ha capito prima e meglio degli altri quali fosse il potenziale criminale e politico di Abu Bakr al-Baghdadi. Nel 2011, inascoltato, mise il mondo davanti alla prospettiva della formazione di gruppi jihadisti in Siria; due anni dopo disinnescò una crisi nel Mediterraneo che poteva avere conseguenze apocalittiche dopo che Obama mandò le sue portaerei davanti alle coste siriane, inducendo il raìs di Damasco a distruggere il suo armamentario chimico; diciannove giorni fa, infine, senza consultarsi con nessuno, ha cominciato a bombardare le aree controllate dagli islamisti dell’Isis suscitando – guarda un po’! – il disappunto della Casa Bianca. Intanto, anche dopo aver pianto i suoi 224 morti nell’areo fatto esplodere nel Sinai, la Russia continua a scontare le ridicole (per non dire altro) sanzioni da parte dell’Unione europea che neppure in queste ore, e soprattutto dopo il G20 di Antalya, ha ritenuto di revocarle.

Putin, a questo punto, potrebbe essere il “federatore” di tutti i soggetti, musulmani e non musulmani, che si oppongono all’Isis nella prospettiva di provocare un’uscita morbida di Assad ed ottenere da Obama l’appoggio necessario alla creazione di una coalizione che non si limiti a sganciare bombe, ma che tolga l’aria ad al-Baghdadi con operazioni coordinate, a livello planetario, di intelligence, e la costrizione, se necessario, a mettere in mora gli Stati arabi che surrettiziamente finanziano i terroristi.

E’ stato sostenuto che campagna stragista dell’Isis mira a provocare il “mondo libero” inducendolo ad inviare militari sul campo che con le tecniche di guerriglia adottate dagli islamisti non avrebbero fortuna. Non sappiamo se davvero potrebbe essere una trappola. Ma è impensabile che i più attrezzati eserciti possano essere alla mercé di un losco figuro, formatosi delle prigioni americane in Iraq, il quale adotta la sola potentissima arma che possiede e sa maneggiare con perizia: la paura.

E’ la guerra alla paura che bisogna vincere. La vinsero Marco d’Aviano, don Giovanni d’Austria, il principe Eugenio di Savoia. La Vecchia Europa ha avuto ragione dei suoi agguerriti nemici quando ha fatto appello alla sua storia ed alla sua identità. Le armi non bastano per sfuggire alla sottomissione.

califfo, siria

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