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“Avvenire”, 21 novembre 2015

Il discorso di Papa Francesco in occasione del V Convegno ecclesiale della Chiesa italiana è stato bellissimo, a tratti epico, forse il più bello da quando è salito al Soglio di Pietro. “Roba forte” e decisamente musica per chi, come il sottoscritto, da tempo ormai percepisce se stesso come un “romantico rottame” e un don Chisciotte fuori stagione. Mi si perdoni questo poco consono riferimento ad un sentimento personale, ma è esattamente quello che ho provato, man mano che Papa Francesco svolgeva il suo intervento e proprio da qui vorrei partire per tentare una riflessione immediata.

In primo luogo, Francesco sottolinea la peculiarità, tra i tanti, dell’umanesimo cristiano, in quanto caratterizzato da una precisa prospettiva antropologica: l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. L’imago Dei è quella dell’“Ecce homo”, rappresentato nel Giudizio Universale nella cupola della cattedrale di Firenze, dove si mostra la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato, nel Cristo “assiso” sul trono del giudice. Papa Francesco sottolinea come Gesù non assuma i simboli del giudizio, quanto piuttosto mostra quelli della passione, a imprimere, anche nella carne, il particolare senso della sua regalità; è l’idea stessa del potere, che si manifesta nell’immagine, già evocata dal Papa in un suo recente discorso, della “piramide rovesciata” e si ricollega all’omelia pronunciata in occasione della messa inaugurale del suo pontificato: “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. Qui il potere sovrano è esercitato avendo come riferimento il volto di Cristo: Misericordiae vultus, contemplando il mistero della Croce, cifra più elevata della nostra umanità vissuta nell’imitazione di Cristo; un’umanità ferita, persino svuotata dell’umano, che ritrova se stessa nel volto dell’Uomo sulla Croce. Ecco, dunque, qual è il nostro umanesimo, è Gesù stesso che continua ad interpellarci: “Voi, chi dite che io sia?”.

In che modo questo umanesimo può allora diventare forza rivoluzionaria nella storia? Attraverso l’interiorizzazione di alcuni sentimenti: umiltà, disinteresse, beatitudine. Sono tutti accomunati da un filo rosso: la “povertà di spirito”, che il cristiano sposa e francescanamente elegge a propria sorella, e che in altre parole rimandano alla condizione antropologica di contingenza e di creaturalità, il nostro limite naturale, un argine nei confronti della pretesa costruttivista di qualsiasi “perfettismo sociale”.

Questa povertà è in primis una predisposizione morale. È l’abito culturale di chi non cede alla tentazione di innalzare il denaro, la carriera, il lusso ad idoli cui immolare la dignità propria e altrui. Si concretizza nell’assunzione di responsabilità e si manifesta nel fissare una soglia morale, oltre la quale non si è disposti a spingersi. È la pubblica dichiarazione di non accettare le proposizioni “ad ogni costo” e “a qualsiasi prezzo”.

Le tentazioni del pelagianesimo e dello gnosticismo, che rischiano di compromettere questo movimento di conversione, possono assumere la forma pratica del conservatorismo, del fondamentalismo, del progressismo costruttivista, ma anche di un certo intimismo soggettivista, tutto ripiegato nell’immanente e che giunge di fatto a negare il mistero dell’incarnazione.

Il Papa in conclusione ci invita a rendere concrete queste disposizioni, favorendo in qualsiasi modo l’inclusione. La povertà da combattere è infatti quella che crea dipendenza e sudditanza dagli altri e dalle istituzioni stesse, fino a mortificare ogni “soggettività creativa” e ogni spirito d’iniziativa. Di qui quella malsana attitudine alla delega che in politica, come ovunque, ha avvelenato il discorso civile nel nostro Paese. Siamo tutti esposti a questa perniciosa dipendenza quando non abbiamo un lavoro, non possediamo le nostre dimore, non siamo nelle condizioni di garantire per noi e per i nostri cari un presente e un futuro materialmente dignitosi. La povertà che Papa Francesco ci invita a combattere è allora il nemico mortale della nozione più avanzata e inclusiva di sovranità popolare e l’anticamera di una sudditanza che ci allontana da Dio.

L'inclusione creativa che sconfigge le miserie

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