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Oggi ci sono stati nuovi raid aerei russi, che hanno continuato a colpire l’area nordoccidentale della Siria. Gli obiettivi, anche in questo caso, sono stati gruppi combattenti diversi dall’IS. Sotto i colpi dei caccia è finita per esempio la città di Kafranbel, quella famosa per la presenza di un gruppo di attivisti che scrive striscioni di denuncia sulla guerra civile: nell’area non ci sono né l’IS né i gruppi islamisti radicali come la qaedista Jabhat al Nusra. È stata colpita anche Jishr al Shughour, che si trova più a nord e che è la città dove per la prima si è vista in azione una delle più potente formazioni di ribelli attualmente sul campo di battaglia, Jaysh al Fatah, un raggruppamento in cui invece hanno quota parte varie fazioni islamiste, tra cui le principali sono Ahrar al Sham, Jund al Aqsa e al Nusra. I combattenti di questi gruppi hanno pubblicato in internet dei video che testimoniano gli attacchi ─ report dicono che il Jaysh al Fatah è stato colpito «almeno 30 volte». Jaysh al Fatah ha due nemici dichiarati: Bashar el Assad e il Califfo Baghdadi.

È evidente come questi attacchi aerei russi finiscano per indebolire le minacce più prossime, geograficamente, alla “Little Syria”, definizione che le intelligence israeliane danno della fetta di territorio ancora sotto il controllo del governo. È altrettanto evidente come queste azioni rafforzano contemporaneamente sia il regime che lo Stato islamico, perché vanno a colpire gruppi ribelli che sono nemici dichiarati del Califfato.

Da settimane ormai la Russia sta compiendo voli di ricognizione sulla Siria: queste missioni hanno permesso ai russi di individuare accuratamente i bersagli, dunque è impossibile che la scelta di colpire anche “gruppi non-IS” non fosse deliberata. Infatti, dopo le critiche di ieri, oggi il per la prima volta Dmitry Peskov, il portavoce di Vladimir Putin, ha ammesso che ci sarebbero anche «ben note organizzazioni» tra la lista degli obiettivi dei caccia di Mosca ─ intende dire che nel pentolone di quelli che definiscono “terroristi”, non faranno troppa distinzione tra jihadisti, islamisti, ribelli, democratici. L’affermazione contrasta con le dichiarazioni russe che mercoledì avevano accompagnato i primi attacchi ─ la linea di Mosca sui raid di ieri, comunque è sempre la stessa: “abbiamo colpito lo Stato islamico” (affermazione che ormai è priva di fondamento visto i luoghi d’attacco confermati: zona di Hama e Homs, dove non c’è l’IS).

L’Amministrazione americana ufficialmente dice di non sapere dove i caccia russi stanno colpendo. Poi precisa che comunque non sono stati colpiti gruppi a cui la Cia aveva fornito consulenza e armi nel vecchio programma di sostegno ai ribelli. Questa incoerenza è dovuta a una notizia che era cominciata a girare fin dai primi report sui primissimi raid russi di ieri, e che ormai si dà per più o meno consolidata: i caccia russi hanno colpito delle postazioni dei ribelli moderati US-backed, in zone dove non c’è alcuna presenza dei soldati del Califfato ─ e dunque deliberatamente.

Foreign Policy scrive che un ex generale siriano di nome Jamil al Saleh ha raccontato che gli aerei russi hanno centrato la base del suo gruppo a Lataminah, nord di Hama ─ la cosa è stata anche confermata dal senatore John McCain, chairman del Comitato Servizi Armati del Senato americano. Saleh è il leader della brigata Tajammun al Aza, un’unità di ribelli siriani satellite del Free Syrian Army e “verificata” dalla Cia, che utilizza armi fornite dagli americani, e che ha pubblicamente appoggiato la lotta della Coalizione internazionale US-led contro lo Stato islamico (c’è una dichiarazione del gruppo in cui l’IS è descritto come «una minaccia per la rivoluzione siriana»). La Tajimmun al Aza ─ che prima della dichiarazione del suo capo aveva già pubblicato un video su Youtube in cui mostrava le conseguenze del raid russo ─ sta combattendo in un’area che si trova tra i Idlib (capoluogo conquistato dai ribelli mesi fa) e Hama (contesa ma ancora in mano al governo): è la propaggine più offensiva del fronte creato dal Jaysh al Fatah che sta scendendo da nord e punta dritto verso Latakia, la città della setta alawita della famiglia Assad ora protetta dai russi ─ che vi hanno istallato le postazioni militari da cui partono le operazioni. La brigata Tajimmun è stata colpita per una semplice ragione: era la più vicina minaccia per il regime ─ ci sono vecchie foto in cui si vedono alcuni militanti preparare un attacco missilistico (probabilmente sfruttando un utilizzo d’espediente dei Tow forniti dagli americani) contro l’aeroporto Hemeimeem di Latakia, che adesso è utilizzato dai russi.

Alcune fonti libanesi hanno detto alla Reuters che prossimamente gli attacchi aerei russi saranno accompagnati da operazioni di terra. A condurle pare che per il momento non saranno i soldati di Mosca ─ i funzionari russi hanno sempre detto che non utilizzeranno truppe di terra, ma certe dichiarazioni hanno un valore molto molto relativo. Per adesso, comunque, i boots on the ground della Russia saranno gli alleati locali, e cioè gli uomini delle Guardie rivoluzionarie iraniane e quelli del movimento libanese Hezbollah (pensando ai due gruppi di coalizioni operanti in Siria, quello US-led e quello del “4+1”, viene da sorridere nel paragonare l’efficienza degli uomini a terra: da un lato le unità scelte dei Pasdaran e gli addestratissimi Hezbollah, dall’altro un piccolo gruppo ormai decimato di ribelli siriani addestrati).

Queste operazioni di cui parla Reuters, sono state anticipate da un grosso posizionamento di unità di fanteria avvenuto negli ultimi dieci giorni e interesseranno sempre le aree del nord ovest: al più, forse, si sposteranno verso la città di Aleppo, anche questa contesa al governo da “ribelli non-IS”.

Nelle ultime ore una fonte di alto livello del ministero degli Esteri di Mosca, ha fatto sapere ad AFP che se Baghdad dovesse fare esplicita richiesta, la Russia amplierà il fronte delle operazioni all’Iraq. Nella capitale irachena c’è il centro di coordinamento del gruppo “4+1”, cioè Russia, Iran, Iraq e Siria: nel territorio iracheno è presente esclusivamente l’IS. La decisione di allargare lo scenario della missione, può avere anche un valore mediatico e potrebbe servire a coprire di un’aureola antiterroristica l’intero intervento (mentre in Siria si mira a proteggere Assad).

@danemblog

 

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