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Confesso di avere letto e riletto le cronache sull’indagine “segretissima” della Procura di Milano su diritti televisivi del calcio e vendita di circa la metà del Milan di Silvio Berlusconi al thailandese Bee Tachaubol senza averci capito molto.

Sarà colpa mia, sarà colpa dei cronisti giudiziari, che riescono spesso ad essere più misteriosi e allusivi dei cronisti politici, specie quando non dispongono dei “bignè” di succose intercettazioni telefoniche, come li chiama l’ex magistrato Piero Tony nelle sue recenti “confessioni di un giudice di sinistra” pubblicate da Einaudi, ma la vicenda mi è sembrata troppo astrusa.

Del resto, gli stessi cronisti giudiziari ammettono che  “quale sia il collegamento” fra il mercato dei diritti televisivi del calcio, sospettato di costi gonfiati per occultare fondi neri, e l’accordo ancora in via di perfezionamento fra Berlusconi e il finanziere asiatico noto come mister Bee “al momento è praticamente impossibile scoprirlo”.

Ma si sa che alla Procura di Milano, dove Berlusconi è di casa come indagato e imputato, hanno uomini e mezzi per scalare e denunciare anche quello che ai cronisti sembra a prima vista impossibile. E per imbastirci sopra lunghi e corposi processi, di cui spesso si ricordano più i rumori che i risultati effettivi.

Nessuno più parla, per esempio, dell’assoluzione di Berlusconi in appello, confermata definitivamente dalla Cassazione dopo la condanna in primo grado per prostituzione minorile e concussione, ma si segue con spasmodico interesse  la vicenda giudiziaria delle cosiddette olgettine, dal nome del residence milanese dove alloggiavano a spese di Berlusconi. Che hanno testimoniato per lui al primo processo: quello in cui, come si è ricordato, è stato condannato con sentenza poi capovolta in appello e in Cassazione.

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La notizia della nuova, ennesima inchiesta su Berlusconi e i suoi affari economici, visto che quelli politici sono un po’ in sofferenza, fra le molte uscite di “mestieranti”, come li chiama lui, e i pochissimi ritorni in Forza Italia, si è casualmente incrociata con le polemiche sul cosiddetto bavaglio che la Camera ha delegato il governo a mettere ai divulgatori delle intercettazioni riguardanti persone e fatti ininfluenti, o addirittura estranee, ai fatti per i quali le stesse intercettazioni sono state autorizzate ed eseguite.

“Il Parlamento espropriato”, ha gridato sulla solita Repubblica, quella di carta, l’altrettanto solito Stefano Rodotà portando la sua acqua al mulino delle proteste dei “menestrelli erranti del giustizialismo”, come il magistrato Carlo Nordio ha definito quelli che reclamano il diritto di pubblicare tutto quello che riescono a ricevere, in qualsiasi modo, da uffici giudiziari e affini. E che scambiano per “diritto di cronaca” le violazioni della “inviolabilità” garantita dall’articolo 15 della Costituzione alla “libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”.

La verità è che il Parlamento non è stato espropriato, ma si è deciso finalmente a passare volontariamente la mano al governo, con l’esercizio legittimo della delega, su un terreno dove da più di vent’anni esso si è trovato con le mani legate dalla potente categoria dei magistrati. Che non chiamo casta per l’abuso che si sta facendo di questa parola, per cui basta poco per individuarne una e condannarla alla gogna.

Ogni volta che il Parlamento ha cercato di intervenire su questa materia, prevalentemente sull’onda di qualche clamoroso infortunio di uffici giudiziari da cui esce di tutto senza che nessuno riesca mai a rispondere di niente, il sindacato delle toghe è insorto con sonore proteste. E, guarda caso, i pochi ministri della Giustizia che hanno cercato di resistervi hanno fatto una brutta fine.

Le proteste dimostrano l’interesse perverso di una certa magistratura ad ottenere con i “bignè” delle intercettazioni clamore e consenso, accelerando con i processi mediatici, anch’essi denunciati da Piero Tony, ciò che spesso i processi veri, nei tribunali, non sono in grado di produrre.

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Se il presunto bavaglio servirà, in mancanza della separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, a separare le carriere, come dice con giusto sarcasmo Luciano Violante, dei magistrati e dei giornalisti giudiziari, ma anche politici, ben venga. Servirà finalmente a disintossicare l’informazione.

Giustizia a calci

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