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Questo settembre ci sta regalando giornate, ore e immagini scioccanti, nel male ma anche nel bene.

Nel male, come quella foto terribile del bambino siriano in fuga con la  famiglia dalla martoriata Kobane, annegato e spinto dalla risacca sulla spiaggia turca di Bodrun, a testimonianza del dramma dei migranti sui cui sono in troppi a speculare, economicamente e politicamente.

Nel bene, come la foto del Papa che va dall’ottico “sotto casa”, anche se in via del Babuino e non davanti alle mura del Vaticano, per cambiare le lenti ai suoi occhiali. Solo le lenti, cercando di spendere il meno possibile, o addirittura di “non spendere”, come qualcuno gli ha sentito dire.

Nel gesto del Papa è stato colto da Massimo Gramellini, sulla Stampa, il segno di una “rivoluzione”, del “monaco che torna a fare l’abito”, anche a costo di procurare “il solito mezzo infarto in qualche miope della Curia”. Infarto, per intero o a metà, di cui tuttavia non si è avuta notizia sinora. E probabilmente non se ne avrà, perché anche la Curia è composta di uomini. Che magari, per piacere anche loro, faranno la fila davanti agli ottici di Roma per farsi cambiare le lenti. E Dio solo sa quanti avrebbero bisogno di farlo.

Sulle nuove lenti del Papa permettetemi tuttavia di sperare che, grazie alla felice romanità della sede apostolica, per quanto disturbata da infortuni, esse gli permettano di vedere il mondo con colori meno argentini. Come accadde felicemente ad un suo illustrissimo e popolarissimo predecessore: Giovanni Paolo II.

A quel Papa, venuto pure lui sotto il Cupolone da molto lontano, anche se non così lontano come Bergoglio, giunto addirittura dall’”altro capo del mondo”, Bettino Craxi ebbe la coraggiosa impertinenza di rimproverare in Parlamento di vedere l’Italia con lenti ancora “polacche”. E ne raccolse non la protesta ma, seppure in privato, e per vie traverse, il riconoscimento di una certa fondatezza del rilievo.

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Felicemente scioccante, come è stato giustamente sottolineato in un titolo di prima pagina del Foglio, è il quadro fatto della magistratura, e della giustizia, da un magistrato ormai tra i più famosi d’Italia: Raffaele Cantone, voluto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi alla testa della lotta alla corruzione.

Sono scioccanti le parole di Cantone anche per la sede in cui sono state pronunciate: davanti al pubblico della Festa nazionale dell’Unità, nei giardini milanesi di Indro Montanelli. Un pubblico abituato a sentire solo elogi sperticati dei magistrati, e sui loro critici solo giudizi sprezzanti.

Il “cancro” costituito dalle correnti delle toghe, il “vuoto” di potere in cui è caduto il Consiglio Superiore della Magistratura, l’applicazione della “lotta di classe” all’esercizio della giurisdizione interiorizzata troppo a lungo da toppi magistrati, i dubbi sul processone di Palermo per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia di una ventina d’anni fa, non sono bruscolini lanciati da Cantone. Che ha concesso al tradizionale pubblico delle feste dell’Unità solo il no alla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. Che era invece condivisa da un altro magistrato diventato famosissimo, giustamente famosissimo, già prima della fine orribile procurata a lui, alla moglie e alla scorta dalla mafia: Giovanni Falcone.

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Ha cercato di scioccare il pubblico, ma alla solita e goffa maniera, anche il sindaco di Roma Ignazio Marino. Che è voluto tornare dalle sue vacanze di subacqueo in tempo per partecipare al raduno antimafioso, e riparatorio, organizzato dal Partito Democratico, davanti alla Chiesa del Tuscolano che ospitò gli sfarzosi funerali del boss Vittorio Casamonica, detto “Re di Roma” e raffigurato in vesti papali su una gigantografia.

Il sub-sindaco ha gridato e garantito che Roma saprà “cacciare la mafia” come fece con “il fascismo e il nazismo”. A tanta sicurezza però la folla ha reagito con poca e forse giustificata convinzione.

Per quanto ridotta generosamente dall’Unità a “qualche fischio”, la contestazione è stata fitta e rumorosa. E fra il pubblico era difficile intravedere nostalgici del fascismo o  fascisti in servizio permanente ed effettivo, usciti nell’occasione dalle “fogne” nelle quali Marino li aveva qualche mese fa invitati perentoriamente a “tornare”, prima di scusarsene penosamente davanti al Consiglio Comunale, senza tuttavia riuscire ad evitare una denuncia seguita da un avviso di garanzia notificatogli proprio al rientro dalle vacanze nei Caraibi.

(FACCE E LINGUACCE DI IGNAZIO MARINO ALLA MANIFESTAZIONE ANTIMAFIA A ROMA. TUTTE LE FOTO DI UMBERTO PIZZI)

Le lenti di Bergoglio, la frusta di Cantone e i paroloni di Marino

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