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Vivevamo in un mondo aperto. Con una serie di giri di vite, il mondo si è andato chiudendo a mano a mano. Ma queste chiusure non significano che siamo stati catapultati da un mondo aperto a uno chiuso, ma in un mondo di contraddizioni che dobbiamo imparare a navigare.

La rivalità tra le superpotenze Usa e Cina coesiste con una realtà fatta di altri poli come Europa e Russia che ondeggiano da una o dall’altra parte, così come di altre medie potenze come India, Brasile, Indonesia o Sud Africa, che evitano di schierarsi, sfruttando agilmente e spesso cinicamente le opportunità di un mondo apolare. Integrazione e interdipendenza seg

nano le nostre vite e tutte le grandi sfide di fronte a noi, dalla tecnologia al clima alla demografia, non conoscono confini nazionali e possono essere affrontate solo con la cooperazione multilaterale.

Eppure il mondo è sempre più diviso e frammentato, afflitto da guerre tanto locali quanto globali. Il mondo è post-ideologico: non esistono più grandi idee che uniscono e mobilitano i popoli, tracciandone un destino comune nel bene e nel male come nel secolo scorso. Ma è altrettanto vero che la competizione globale è ideologica, nel senso che le grandi potenze fanno del loro sistema politico motivo esplicito di rivalità. Eppure, a differenza della demarcazione netta del passato tra capitalismo e comunismo, democrazie e autocrazie sono sia diverse sia sovrapposte, dato che governi nazionalisti vengono spesso eletti democraticamente, ma unavolta al potere erodono lo Stato di diritto e la separazione dei poteri, corrodendo la democrazia stessa.

Siamo entrati nell’età della grande incertezza, in cui è richiesta all’Italia e all’Europa una trasformazione molto più scomoda rispetto al passato. Nel dopoguerra, l’Europa unita è nata e cresciuta in un mondo aperto. Non era una superpotenza e la sua politica interna ed estera spesso si muoveva sotto l’ala degli Stati Uniti. Ma la marea internazionale spingeva a suo favore: multilateralismo, interdipendenza, democrazia, soft power e libero scambio, tutti simboli dell’Europa unita, si espandevano aldilà dei confini europei.

Negli ultimi vent’anni, invece, attraversando crisi come l’11 settembre, la crisi finanziaria, quella migratoria, la Brexit, l’ascesa di Donald Trump, la pandemia e le guerra in Ucraina e in Medio Oriente, il mondo si è progressivamente richiuso e l’Europa ha fatto altrettanto. In un mondo di guerre siamo costretti a prendere la difesa sul serio dopo decenni in cui ci crogiolavano nei dividendi della pace.

In un sistema economico in cui l’interdipendenza può diventare un’arma e in cui bisogna abbracciare le trasformazioni gemelle dell’ecologia e delle tecnologie digitali, il rapporto tra pubblico e privato è destinato a cambiare, abbandonando decenni di politiche economiche neoliberiste. Incalzati dall’autoritarismo dobbiamo puntellare le nostre democrazie, ancor prima di preoccuparci di come promuoverle nel mondo. Oggi spesso prevale la difesa sulla diplomazia, il protezionismo sul libero commercio e l’autoritarismo sfida la democrazia.

L’Italia democratica e l’Europa unita devono cambiare Dna, rimanendo attente a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Si può interagire con autocrati e dittatori in Nord Africa e Medio Oriente, ma se lo si fa rinunciando completamente a influenzarne le violazioni di diritti umani e del diritto internazionale, il senso stesso della politica estera di una liberaldemocrazia verrebbe meno.

In parole povere, bisogna abbracciare il nuovo ma salvaguardare ciò che c’era di buono nel vecchio, ricercando nuovi equilibri che tengano a mente dimensioni spesso contrastanti. Il mondo di oggi non si muove coerentemente in retromarcia rispetto al passato: viviamo nell’età della contraddizione. In questa terra di nessuno, l’Italia e l’Europa devono trovare una bussola. Non farlo potrebbe rivelarsi mortale.

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