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Durante l’audizione di conferma davanti alla Commissione per i servizi armati del Senato Usa, John Phelan, indicato da Donald Trump come prossimo segretario alla Marina (SecNav), ha esposto quelle che saranno le sue priorità come nuovo capo della US Navy e del Corpo dei Marine. Ridurre i ritardi nella consegna delle nuove navi, rinvigorire il sistema cantieristico americano e rimpinguare le scorte di munizioni, questi i capisaldi dell’amministrazione Trump per la Marina. Nel frattempo, il repulisti ai vertici militari Usa attualmente in corso solleva interrogativi circa i futuri piani delle Forze armate.

Shipbuilding first

“La Marina degli Stati Uniti è a un bivio”, ha affermato Phelan, procedendo a elencare quelle che ritiene essere le maggiori criticità delle forze navali di Washington, “dispiegamenti prolungati, manutenzione inadeguata, enormi sforamenti dei costi, ritardi nella costruzione delle navi, audit falliti, alloggi non all’altezza e, purtroppo, tassi di suicidio da record sono fallimenti sistemici che non sono stati affrontati per troppo tempo”. In caso di conferma nel ruolo di prossimo SecNav — subordinato al segretario alla Difesa —, Phelan ha dichiarato che il potenziamento della cantieristica sarà il primo dossier su cui si concentrerà.

Il sistema cantieristico statunitense sta affrontando una fase complessa. Innanzitutto sconta una pesante deindustrializzazione nel settore dovuta alle ridotte commesse dei decenni passati, calate anche in virtù dell’assenza — almeno fino a oggi — di attori navali in grado di rivaleggiare con la US Navy. Infatti, nel 2023 la cantieristica Usa è riuscita a consegnare appena due navi, contro le 30 messe in acqua da Pechino, che punta a superare le 500 navi entro il 2030. Inoltre, diversi problemi riguardano la forza lavoro qualificata, giudicata numericamente insufficiente per garantire consegne on schedule e una corretta esecuzione delle attività di manutenzione. A questi fattori si aggiungono diverse inversioni a U e dietrofront su programmi che hanno profondamente diviso il Congresso in questi anni, dalle Littoral combat ship (Lcs) ai cacciatorpedinieri pesanti Zumwalt. Nel frattempo, l’età media delle navi Usa continua ad alzarsi, complici anche i suddetti ritardi nelle consegne di progetti già approvati. 

Per risolvere queste criticità Phelan ha dichiarato che ogni programma sarà sottoposto a una accurata analisi (tra cui le fregate classe Constellation, basate sul design delle Fremm italo-francesi, e costruite dalla sussidiaria americana di Fincantieri, Fincantieri Marine Group) per accertare le cause dei ritardi e dare nuovo slancio alla produzione. 

Trump cambierà i piani della Marina?

Mentre il primo focus del prossimo SecNav sarà la riqualificazione delle capacità cantieristiche e industriali, ci si chiede in quale direzione andranno i piani futuri per la flotta Usa e le capacità operative. Il Chief of naval operations (Cno) dimissionato in questi giorni da Trump, l’ammiraglio Lisa Franchetti, con il suo Project 33 aveva mantenuto l’obiettivo di raggiungere quota 346 navi entro il 2035 e di puntare su una sempre maggiore integrazione di assetti unmanned, sia sottomarini sia di superficie, per tenere il passo con i crescenti numeri cinesi. Il licenziamento di Franchetti, come quello del generale Charles Q. Brown, oramai ex capo di Stato maggiore della Difesa, fa presumere che l’amministrazione Trump abbia priorità diverse rispetto al passato, tuttavia non è ancora chiaro se queste includono una variazione (magari al rialzo) degli obiettivi numerici. È probabile che queste decisioni saranno direttamente influenzate dall’eventuale successo (o fallimento) di Phelan nel riqualificare le capacità cantieristiche.

Che ne sarà della riforma dei Marine?

Un altro dossier sul quale bisognerà porre attenzione è la riforma del Corpo dei Marine, ormai giunta quasi a completamento. Dal 2022, la più nota branca delle Forze armate Usa sta attraversando un profondo mutamento organizzativo e dottrinario. Configuratosi negli ultimi decenni come forza di proiezione rapida, in grado di intervenire in teatri remoti con poco preavviso e con capacità terrestri pesanti, oggi il Corpo dei Marine, sotto il programma “Force Design 2026”, è tornato alle sue origini di fanteria di Marina. La riarticolazione in littoral regiments (più piccoli rispetto alle brigate) e la dismissione di carri armati e altri mezzi pesanti punta a preparare i Marine ad operare in aree prettamente marittime e insulari, vale a dire nell’Indo-Pacifico. Unità ridotte, più agili e focalizzate sull’interdizione marittima sono parte della risposta all’assertività cinese nella regione, nonché elemento terrestre della strategia di contrasto alla Marina dell’esercito popolare di liberazione (Plan). In questi anni anche la riforma dei Marine è stata oggetto di scontri all’interno del Congresso, con da un lato chi sostiene l’utilità di questo riassetto, viste le mutate esigenze operative, e dall’altro chi teme un indebolimento delle capacità combattive del Corpo. 

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Il businessman indicato da Donald Trump come prossimo capo della Marina Usa ha esposto le sue priorità in caso di conferma da parte del Senato. Al primo posto, il rilancio della cantieristica, sempre più in difficoltà per la carenza di personale e impianti. Nel frattempo, ci si chiede se il giro di vite al Pentagono si tradurrà in un cambio di rotta sui piani per il futuro della Us Navy

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