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Ora i vertici della Svimez dovranno aggiornare le analisi e rivedere le loro valutazioni sull’economia meridionale, perché gli ultimi dati dell’Istat sull’occupazione in Italia nel secondo trimestre dell’anno evidenziano come l’occupazione sia ripartita anche nel Mezzogiorno: infatti si registrano nel Sud 120mila occupati in più, ovvero un +2,1%, un dato sicuramente non marginale, e tale aumento è elevato in Puglia (+33mila unità) – l’incremento più alto in Italia insieme al Piemonte – così come lo è nelle Isole, così come è molto elevato in Basilicata, più contenuto (+1,5%) ma sempre apprezzabile in Campania, mentre solo la Calabria resta esclusa da questi incrementi.

Per la verità, anche nel primo trimestre dell’anno il Mezzogiorno aveva registrato, sempre secondo le rilevazioni dell’Istat, un incremento di occupazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari allo 0,8%, quando invece in Italia e nel Nord ci si era attestati allo 0,6%. Anche i dati dell’export del Meridione nel primo semestre dell’anno segnano un incremento del 7% rispetto al primo semestre del 2014.

Dunque i segnali di risveglio dell’occupazione, trainati dai provvedimenti del Governo, se hanno in particolare le loro punte di diamante negli stabilimenti del Gruppo Fiat Chrysler – Melfi, Sevel (CH), Termoli, Pratola Serra (AV) – trovano poi riscontro anche negli impianti di componentistica di Tdit-Bosch, Getrag, Magneti Marelli a Bari, nell’aerospazio in Campania e Puglia, nell’agroalimentare, nella meccanica pesante, ed anche in alcune aree industriali con criticità fin troppo note, come ad esempio quella di Taranto, ove i lavori di ambientalizzazione dell’Ilva stanno generando occupazione aggiuntiva in decine di aziende dell’indotto. Si pensi, al riguardo, che solo per il rifacimento dell’altoforno n.5 del Siderurgico ionico, uno dei più grandi d’Europa e che da solo fornisce il 40% della ghisa dello stabilimento, saranno al lavoro a regime circa 800 unità di imprese esterne. E dagli inizi di agosto, la fabbrica con la riaccensione dell’altoforno 1 e con la marcia degli altiforni 2 e 4 sta puntando a raggiungere i sei milioni di tonnellate di acciaio grezzo a fine anno, riducendo drasticamente i contratti di solidarietà.  Si pensi, inoltre, che a Melfi nel sito della FCA lavorano ormai 8.131 persone, suddivise fra 7.391 a libro matricola, 380 somministrati e 360 distaccati da altri impianti della Fiat.

Allora anche da questi dati sinteticamente riportati si evince in maniera inoppugnabile che l’Italia meridionale non è affatto alle soglie della desertificazione industriale e, soprattutto, che non è affatto condannata al rischio di sottosviluppo permanente come invece ha dichiarato il 30 luglio scorso il Presidente della Svimez nelle sue anticipazioni del Rapporto che presenterà a fine ottobre. Con questo non si vuole in alcun modo affermare – ed è bene ribadirlo ancora una volta – che nelle regioni meridionali non persistano accentuati squilibri occupazionali, nella produzione e distribuzione della ricchezza e a livello di servizi sociali per i cittadini rispetto al Nord. Ma non bisogna stancarsi di ripetere – ove pure ve ne fosse bisogno – che tali squilibri hanno radici storiche profonde e che su di essi bisognerà lavorare con un impegno di lunga lena che dovrà vedere, accanto all’esercizio di un ruolo di guida molto forte del Governo – già esercitato per la verità ma che molti si ostinano a non vedere – anche, e direi soprattutto, un impegno assoluto e di lungo periodo da parte delle classi dirigenti meridionali, dagli amministratori locali agli imprenditori, dai sindacati ai professori universitari, senza autoindulgenze e senza autoassoluzioni.

E’ proprio questa la sfida contenuta nell’idea del Masterplan per l’economia del Sud lanciata da Matteo Renzi nella direzione del 7 agosto: un programma di lavoro che deve coniugare impegni del Governo su grandi obiettivi di crescita del Mezzogiorno ma di interesse nazionale, con impegni inderogabili delle Regioni del Sud, alcune delle quali stanno tentando il recupero dei residui fondi europei 2007-2013 e che tutte insieme devono lanciare e perseguire una spesa efficiente e tempestiva dei fondi del ciclo 2014-2020. Un Mezzogiorno inoltre che non deve contrapporsi con l’ostruzionismo ambientalista ad alcuni grandi progetti che lo riguardano – dalla TAP alle estrazioni petrolifere on e off-shore, da realizzarsi sempre in logiche di ecosostenibilità – perché non v’è giustificazione alcuna per tale opposizione, quando ci si trova di fronte all’inderogabile necessità di crescere e di creare occupazione per coloro che purtroppo ancora non ce l’hanno, o che l’hanno perduta. Lascia pertanto perplessi l’iniziativa di alcune Regioni che, pur volendo dialogare con Governo sulla materia, in realtà minacciano anche un referendum popolare contro gli articoli 35 e 38 dello Sblocca Italia.

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