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Matteo Renzi ha annunciato ieri che dal primo gennaio 2017 entrerà in vigore la cosiddetta “digital tax”, una norma (non una tassa, come suggerirebbe il nome) pensata per far sì che anche i colossi online paghino per le operazioni economiche e commerciali compiute in Italia.

Che cosa prevederà la norma? A quanto ammonterà il gettito stimato? E cosa cambierà per i big della Rete?

A spiegarlo in una conversazione con Formiche.net è Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica ed esperto di telecomunicazioni, tra i pionieri del digitale in Italia. Ma soprattutto primo firmatario della proposta – messa a punto con il sottosegretario all’Economia e segretario del partito fondato da Mario Monti, Enrico Zanetti – che ha ispirato Palazzo Chigi.

Quintarelli, cosa cambia tra la sua proposta e quella del governo?

Da quanto mi dice il segretario Zanetti l’impianto dovrebbe essere lo stesso del nostro.

Cosa prevede?

In primo luogo va ricordato che non si tratta di una tassa, ma di un meccanismo anti elusivo. La mia proposta prevede inoltre che sui pagamenti a favore delle multinazionali con sede all’estero si applichi una ritenuta alla fonte del 25% operata da banche e intermediari.

Chi ne sarà colpito? Google, Facebook e chi altro?

Non è una norma contro qualcuno. Sicuramente non sarà applicata sulle startup, ma solo su aziende con un giro d’affari superiore a una certa soglia e operanti da un certo numero di anni.

Come la proposta dell’Ocse?

Il nostro modello riprende quello proposto dall’Ocse e attualmente in discussione. L’Italia può già muoversi per conto suo, perché i trattati glielo consentono, quindi non ha senso aspettare. Altri Paesi invece non possono. Di certo sarebbe un bene se ci fosse una soluzione uniforme.

A quanto ammonterebbero gli introiti derivanti dall’applicazione del provvedimento?

Difficile a dirsi, perché non si sa di preciso quanto sia il fatturato di questi soggetti. Secondo l’Agcom, nel 2014 una sola azienda avrebbe contato su circa 500 milioni di euro di fatturato; altre stime dicono un miliardo. In ogni caso si tratta di numeri rilevanti.

Come faranno le multinazionali a “mettersi in regola”?

Ogni multinazionale dell’economia digitale che opera via Internet può dichiarare una stabile organizzazione in Italia, come del resto ha fatto Amazon, e quindi pagare regolarmente le tasse nel nostro Paese. Oppure può applicare lo strumento del “Ruling internazionale”, che prevede la sottoscrizione di un accordo fra contribuente e fisco. In alternativa potrebbe scattare quanto previsto nella proposta: se operi in Italia in modo continuativo e hai un volume di affari sopra una certa soglia si applica una ritenuta.

Troveranno altri modi per sfuggire a questo meccanismo?

Difficile. Di certo non servirà cambiare ragione sociale, perché le aziende saranno soggette a meccanismi di controllo. Al tempo stesso la norma è compatibile con il diritto internazionale, quindi rimedierà solo in parte ad alcuni pertugi offerti da regimi vantaggiosi come quello irlandese o dei Paesi Bassi.

GLI OBIETTIVI DELLA PROPOSTA DI LEGGE

L’ARTICOLATO CON LE NORME ANTI ELUSIONE FISCALE

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