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Alla vigilia di Ferragosto Eurostat ha pubblicato i dati europei di PIL del secondo trimestre. Il primo settembre Istat ha ulteriormente aggiornato i riscontri per l’Italia.
Nelle pieghe dei numeri sono emersi alcuni elementi interessanti.

L’economia del Vecchio Continente soffre di poca crescita, di poca inflazione e, in ultima analisi, di poche idee. Ma sta anche cambiando pelle. Nel senso che alcune geografie fresche di solo un biennio oggi perdono di significato. L’Europa del Nord contro quella del Sud. La “core-Europe” contro la periferia. I numeri di PIL del secondo trimestre 2015 fotografano una realtà un po’ più complessa e in movimento. Rallentamento cinese permettendo.

Per quanto concerne l’Italia i risultati del PIL del secondo trimestre sono un bicchiere da vedere mezzo pieno. Nell’arco di quattro trimestri la crescita annua della nostra economia è passata da meno mezzo punto percentuale a più di mezzo punto percentuale. La crescita acquisita nella prima metà del 2015 ammonta a sei decimi di punto, dando credibilità all’obiettivo di un incremento sull’anno dello 0,7 per cento. È la conferma che l’uscita dalla recessione si consolida, sorretta da un miglioramento delle aspettative delle famiglie e da un recupero dei consumi. Ma il passo della ripresa rimane moderato. La debolezza della ripresa, però, non è un problema italiano, bensì europeo. Un problema comune ai tre maggiori partner dell’eurozona. Lo dimostrano i numeri.

Con un incremento sul trimestre precedente di tre decimi di punto l’Italia si colloca a metà strada tra i risultati segnati nel secondo trimestre dalla Germania e dalla Francia.
È l’Europa nel suo insieme che continua a crescere troppo poco. E il deficit di sviluppo reale è aggravato da un’inflazione che rimane troppo bassa e pari a luglio ad appena la decima parte dell’obiettivo del due per cento fissato dalla BCE per l’eurozona. Non dimentichiamo che il PIL con cui si confrontano debito e deficit dello Stato è fatto da quantità e prezzi. Senza un po’ di inflazione tutto diventa più difficile, anche nella quadratura dei conti pubblici. In Italia e in Europa.

Mentre rimane debole nella sua misura complessiva, la ripresa europea cambia pelle. A correre di più degli altri sono paesi nuovi che non appartengono più solo al Nord del continente o al “core”, al nucleo dell’area euro. Mentre nel Nord dell’Europa c’è una Finlandia che si dibatte ancora con la recessione, tra Danzica e Siviglia c’è anche un’Europa che da ormai un anno cresce di quasi un punto percentuale a trimestre. Sono i risultati che anche nel secondo trimestre del 2015 sono stati conseguiti da Spagna, Polonia e Slovacchia.

Tre economie diverse, collocate dentro e fuori il perimetro della moneta unica, ma accomunate da una medesima caratteristica. Quella di aver realizzato negli scorsi anni delle riforme e adottato delle misure tali da attrarre consistenti flussi di investimenti produttivi dall’estero.
Spagna, Polonia e Slovacchia da sole non bastano a fare da locomotive al consolidamento della ripresa europea. Sommati insieme i PIL dei tre paesi ammontano a circa il valore del prodotto interno lordo dell’Italia, l’undici per cento del totale dell’Unione a 28.

Almeno nel caso della Spagna, sono paesi dove la ripresa ancora stenta a trasferirsi al mercato del lavoro e la disoccupazione rimane alta. Ciò nonostante una politica fiscale che nei sei anni compresi tra il 2008 e il 2014 si è rivelata ben più espansiva che in Italia. Pur con tutti i limiti e le cautele del caso, il dinamismo di queste piccole “tigri” europee indica all’Italia quanto il recupero di competitività possa giocare un ruolo centrale per sviluppare una ripresa meno anemica.

Le ricorrenti incertezze sull’andamento della crescita nel Mondo extra-europeo, a cominciare dalla Cina, lo ribadiscono con forza. Per intercettare la poca domanda che c’è occorre offrire qualcosa in più degli altri. Essere luoghi dove investire e produrre conviene più che altrove. Nell’attesa che all’Europa vengano nuove idee per uno sviluppo che provi a guardare più in là nel tempo e più vicino alle speranze di sessanta milioni di italiani e di cinquecento milioni di europei.

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Chi corre e chi frena in Europa

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