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Il fenomeno migratorio cui stiamo assistendo nelle sue fasi più drammatiche in questi giorni non ha eguali nella storia recente. Migliaia e migliaia di profughi in cammino verso l’Europa dall’Oriente e dall’Africa non è, infatti, riducibile a quanto fino ad oggi abbiamo definito con il concetto di immigrazione.

Un paragone moderno non esiste. Per rintracciarne uno dobbiamo andare all’alto medioevo, quando le popolazioni barbariche erosero i confini dell’Impero Romano. Allora come adesso il processo fu lungo e l’Europa che nacque fu completamente diversa, con confini e sovranità impensabili prima.

Ebbene, vedere fiumi di persone, interi popoli, che a piedi o su treni blindati affrontano viaggi disperati della speranza non può lasciare indifferenti e soli i Paesi di frontiera.

L’atteggiamento disponibile assunto da Angela Merkel e da David Cameron verso forme nuove e più incisive di accoglienza segna il passo, anche e attraverso il contrasto con gli atti politici di chiusura che la Grecia e soprattutto l’Ungheria si sforzano di tenere.

Come in tutti i problemi giganteschi non esiste una piccola soluzione. L’arcivescovo di Budapest ha parlato, a giusta ragione, di una migrazione di popoli, sensibilmente diversa da fenomeni normali di clandestinità.

Quello che sta accadendo è uno spostamento verso nord di masse intere di persone,  che lasciano i posti di origine sganciando dal suolo e dalla terra la propria identità. L’essere umano non ha le ali, ma non può identificare se stesso con il luogo in cui sta, sacrificandovi la propria vita.

Se, d’altronde, l’accoglienza è un obbligo morale e umanitario, è altresì chiaro che tale processo globale non può essere gestito né a livello nazionale, né lasciando incontrollato il movimento migratorio.

Il problema sta qui. Dopo che per decenni, dalla fine della seconda guerra mondiale, la politica internazionale ha lavorato per la costruzione di una governance mondiale, la globalizzazione migratoria dei popoli ha vinto sul tempo. E gli interventi degli Stati Uniti o le risposte muscolari del governo ungherese mostrano tutta la difficoltà.

Il Papa ha parlato a più riprese del rischio catastrofico di smarrire completamente le radici cristiane dell’umanismo europeo. Essere persone significa essere liberi dal proprio egoismo, avere una capacità di apertura all’altro, e soprattutto sentire nel proprio cuore che il destino di un altro essere umano equivale al proprio.

Questo è il momento di essere umani veramente. Pensando però che l’Europa non è abbastanza grande per contenere tutto il mondo dentro i propri confini.

Gli effetti di chi scappa devono essere affrontati risolvendo le cause che sono altrettanto globali. Violenze perpetrate da Stati, da lotte tra clan o da forme violente di integralismo non sono più questioni locali e neanche effetti che possono essere gestiti unicamente con l’accoglienza.

È chiaro che questo sarebbe un affare per le Nazioni Unite, se ancora esistessero realmente. Invece si sa che dopo il dramma jugoslavo e del Kossovo, gli interventi militari sono stato sempre unilaterali, talvolta con e talvolta senza autorizzazione internazionale.

Qui abbiamo davanti un fenomeno che né la guerra, ne la costruzione di muri e neanche lo spalancare le porte di casa possono da sé risolvere. Ed è in ragione di ciò che si rende indispensabile e urgente una nuova configurazione dei rapporti di potere a livello complessivo, e inediti strumenti sovranazionali di guida del pianeta.

Non solo interessi economici, non solo lotta di potere, ma governo globale. Questa è l’unica risposta possibile che il mondo e l’Europa attendono.

Lasciare incontrollata questa tragedia equivale ad avallarla. E pensare una realtà o solo chiusa dentro confini determinati o senza confini determinati è un’autentica e inutile follia.

Quello che serve a tutti, in definitiva, è un controllo politico sulla legittimità degli Stati di livello internazionale. E tolleranza zero verso chi perpetra sistematicamente la violenza pubblica o privata su popolazioni intere costrette a morire altrove per non morire a casa propria. Se si lascia il mondo privo di governo, si condanna il genere umano a suicidarsi scappando da se stesso e dagli abusi ipocritamente legittimati.

Perché questa non è più soltanto immigrazione

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