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Il 5 luglio gli elettori greci saranno chiamati a pronunciarsi su una questione referendaria alquanto particolare: la domanda a loro rivolta è se approvano la proposta rivolta alla Grecia dai creditori il 25 giugno scorso, proposta che nel frattempo è scaduta il 30 giugno con la fine del secondo programma, e che potrebbe al massimo essere ora considerata il punto di partenza per chiedere un prestito all’ESM. Il referendum, sul quale aleggiano dubbi di costituzionalità, si è così trasformato in un voto sull’operato del governo Tsipras, che cerca di legittimare così la propria gestione dei negoziati.

LE CONSEGUENZE DEL NO

Una vittoria del No rappresenterebbe un notevole successo politico per il governo Tsipras, che
potrebbe vantare un mandato popolare per continuare lungo la strada tracciata in questi mesi.
Tuttavia, l’inconsistenza delle promesse fatte nella breve campagna referendaria verrebbe
rapidamente a galla. Sicuramente, sarebbe subito rispolverata la richiesta di prestito ESM
avanzata il 30 giugno. Tsipras ha dichiarato giovedì che il giorno successivo al referendum
sarebbe a Bruxelles e che i creditori non potrebbero che accettare un compromesso. Tuttavia, è
facile prevedere che la proposta del Governo di Atene si scontrerebbe contro un muro invalicabile.

Diversi esponenti dell’Eurozona hanno già dichiarato che qualsiasi accordo sarebbe difficile dopo un No: il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ha dichiarato al Parlamento olandese che è un’illusione pensare di poter negoziare condizioni migliori in tale scenario, e che l’Eurozona non potrebbe più offrire alcun sostegno. Il problema per la Grecia è che la sua offerta non deve essere soddisfacente soltanto per una maggioranza di paesi, ma per tutti – nessuno escluso – e quindi anche per la più esigente delle controparti.

Non è chiaro per quanti giorni ancora le banche saranno in grado di continuare a caricare gli ATM con banconote, essendo venuto sostanzialmente meno il flusso di ritorno del circolante. Inoltre, la BCE non ha segnalato in alcun modo le sue intenzioni in caso di vittoria del No, anche se Coeuré ha dichiarato che in tal caso l’uscita della Grecia non potrebbe più essere esclusa e che “riprendere il dialogo politico sarebbe molto difficile”.

Potrebbero essere decisi dal governo passi ancora più rivoluzionari, come l’imposizione imposizione alla Banca di Grecia alla Banca di Grecia di finanziare le banche locali in deroga alle regole dell’Eurosistema e ai Trattati.

Tale mossa e dell’Eurosistema e ai Trattati avrebbe la controindicazione di obbligare la BCE a sospendere la Grecia dai sistemi di regolamento interbancari, in particolare Target-2, e di rendere molto complessa la gestione dei pagamenti internazionali; di contro, consentirebbe di riaprire le banche, di gestire il pagamento degli stipendi nel settore privato e di dare un po’ di ossigeno all’attività economica.

Inoltre, rappresenta un’opzione potenzialmente reversibile se in seguito questo o un altro governo greco decidesse di riallacciare i rapporti con i creditori. Non è pensabile che il paese sia tenuto a lungo in questo limbo monetario: o maturerà un radicale mutamento politico, che induca un nuovo esecutivo a negoziare un percorso di normalizzazione e di rientro nella legalità, o si procederà poi all’introduzione di una nuova moneta e alla definitiva rescissione del legame con l’euro.

Grecia, cosa succede con la vittoria del No al referendum

Il 5 luglio gli elettori greci saranno chiamati a pronunciarsi su una questione referendaria alquanto particolare: la domanda a loro rivolta è se approvano la proposta rivolta alla Grecia dai creditori il 25 giugno scorso, proposta che nel frattempo è scaduta il 30 giugno con la fine del secondo programma, e che potrebbe al massimo essere ora considerata il punto di partenza per chiedere…

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