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Mentre il disegno di legge delega di riorganizzazione della pubblica amministrazione arriva alla Camera dopo un primo ok del Senato, quella che appare come una riforma centrata sulla dirigenza sembra muoversi verso una maggior discrezionalità della politica nella scelta dei dirigenti. I risultati potranno essere perniciosi per l’equilibrio e l’esercizio dei poteri pubblici e serve una comune presa di coscienza e di responsabilità.

Se lo scopo dichiarato della riforma è rendere più efficace l’azione della P.A., è comprensibile che particolare attenzione vada riservata alla dirigenza. Alcuni interventi sono apprezzabili, come la reistituzione del ruolo unico per una piena mobilità. Nel dibattito non si riviene traccia, tuttavia, della valorizzazione della leva strategica della funzione dirigenziale nella dialettica fra livello politico e quello tecnocratico, in cui al versante tecnico spetti il dovere di elaborare analisi di scenari e prospettive per l’elaborazione e implementazione di politiche pubbliche mirate ed efficaci. Si interviene, invece, meticolosamente sia nella fase di selezione e reclutamento che di conferimento degli incarichi dirigenziali, depotenziando fortemente la prevista autonomia della dirigenza. Alcune dichiarazioni, allo stesso tempo, sembrano presagire una riduzione della dirigenza a chiamata diretta, le cui percentuali negli enti locali e di ricerca sono però state innalzate da un decreto-legge dello scorso anno.

Una PA negoziale e mediatrice di istanze, che agisce in un reticolo di attori ed interessi spesso in conflitto, deve poter contare su due cose: un indirizzo politico chiaro con obiettivi definiti e una dirigenza competente e autonoma, capace di governare processi complessi e mutevoli in vista dei risultati a favore dei cittadini. Naturalmente, se le norme tuttora vigenti rendono chiara la separazione fra indirizzo politico-amministrativo e gestione finanziaria, tecnica e amministrativa, nell’attività quotidiana di un’organizzazione pubblica confini e dinamiche non sono affatto così definiti. I fattori che regolano il gioco sono molti e diversi: forza e capacità degli attori, contingenze del momento, carattere dei singoli, persino. Tuttavia, il principio cardine che regoli questo tumultuoso rapporto deve essere la leale collaborazione per dar corpo al processo decisionale delle politiche pubbliche. Ricorrere alla compressione della sfera di autonomia propria della dirigenza non solo incide su tale principio e sulla garanzia di imparzialità dell’azione amministrativa, ma rinforza un equivoco diffuso e pericoloso, che vede politica e tecnocrazia quali avversarie le une contro le altre armate. In questo gioco di contrapposizioni, la tecnocrazia fa della legalità il proprio baluardo, mentre il ceto politico mostra una profonda sfiducia negli apparati burocratici, identificati come meri esecutori della politica e che, per ciò stesso, dovrebbero tendenzialmente mutare al mutare delle maggioranze (molto chiari i passaggi in merito del Presidente del Consiglio Renzi nelle dichiarazioni programmatiche del suo Governo alle Camere). Eppure, se diventa cruciale, per la ricostruzione del rapporto di fiducia fra cittadinanza e apparato pubblico, una corretta misurazione e valutazione dell’attività amministrativa, l’indirizzo che si persegue, con regole di ingaggio che prevedano un “contenimento” della burocrazia, sembra porsi in contrasto con le evidenze empiriche che legano la separazione fra politica e amministrazione all’efficace valutazione della performance del management.

Le riforme seguono, evidentemente, il muoversi del pendolo della storia di un Paese: se il nodo gordiano del rapporto fra politica e burocrazia verrà semplicemente reciso a vantaggio della prima, la bilancia delle responsabilità peserà visibilmente verso di essa, con un inevitabile impatto sui valori costituzionali di buon andamento ed imparzialità dell’azione amministrativa. Sia chiaro: la dirigenza pubblica italiana ha il dovere di fare i conti con la propria storia e guardarsi allo specchio senza infingimenti. Tuttavia, nella scommessa di riavvio della macchina dello Stato essa dovrebbe (ri)entrare prepotentemente in gioco in un rapporto di leale collaborazione con la politica, mostrandosi in grado di governare le strutture affidate in sintonia con le esigenze di continua trasformazione che provengono dall’esterno, sulla base di chiare responsabilità ma con autonomia operativa e funzionale. Occorre un lavoro serrato sulle relazioni di fiducia fra i contendenti, rompendo il circolo vizioso del dilemma del prigioniero in cui sembrano giocare una partita senza fine. Romperlo a favore di uno dei due giocatori potrà causare conseguenze pericolose per l’equilibrio dei poteri, rischiando di perdere un’occasione storica di fare finalmente della P.A. una delle leve di rilancio del Paese. Sarà bene ricordarsene quando verranno redatti i decreti legislativi attuativi della delega.

Il nodo gordiano del rapporto fra politica e burocrazia

Mentre il disegno di legge delega di riorganizzazione della pubblica amministrazione arriva alla Camera dopo un primo ok del Senato, quella che appare come una riforma centrata sulla dirigenza sembra muoversi verso una maggior discrezionalità della politica nella scelta dei dirigenti. I risultati potranno essere perniciosi per l’equilibrio e l’esercizio dei poteri pubblici e serve una comune presa di coscienza…

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