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“Un bullo globale prima ancora di entrare in carica”, commenta Chen Weihua, capo dell’ufficio in Ue del China Daily e tra le voci più attive nel promuovere – soprattutto su X – la narrazione del Partito/Stato cinese. Se quella del giornalista propagandista cinese è una reazione attesa, altrettanto logica è la posizione espressa da Donald Trump sui Brics, minacciati della reazione americana se dovessero eccedere con le iniziative anti-occidentaliste, su tutte la mossa per creare una moneta alternativa, ad ambizione globale contro il dollaro.

Sabato, il presidente statunitense eletto ha annunciato che imporrà tariffe del 100% contro i Paesi Brics, a meno che i loro governi non rinuncino ufficialmente all’idea di creare quella valuta che ha come obiettivo, più o meno dichiarato, di scavalcare il dollaro come riferimento della finanza globale. I Brics ci pensano da tempo, forti di rappresentare un peso demografico ed economico importante, spinti dalla Russia e in parte dalla Cina, e ora anche dall’Iran, che userebbero il nuovo spazio finanziario concesso dalla nuova moneta per eludere il sistema dollaro-centrico, a cui sono agganciate anche diverse delle sanzioni internazionali con cui gli Usa agiscono contro i rivali. In un post sulla sua piattaforma, Truth Social, Trump ha detto: “L’idea che i Paesi Brics stiano cercando di allontanarsi dal Dollaro mentre noi restiamo a guardare it’s OVER”, con “OVER” scritto in maiuscolo, chiaro ritorno alla semantica e ai toni trumpiani.

Tutto si inserisce in una logica precisa: gli Stati Uniti, indipendentemente dall’approccio “America First” trumpiano, non vogliono rischiare di vedere indebolita la loro leadership globale. La forza del dollaro, infatti, è un simbolo della potenza americana. Contemporaneamente è anche un pilastro fondamentale della prosperità economica interna degli Stati Uniti.

I Brics, inizialmente composti da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, si sono recentemente ampliati per includere Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia. Questo gruppo rappresenta una fetta significativa dell’economia globale, anche con elementi estremamente vivaci come gli Emirati o l’India, e da tempo discute la possibilità di sfidare il dominio del dollaro come valuta di riserva internazionale. Già nel summit del 2023 in Sudafrica era stata avanzata l’idea di una valuta comune per il blocco.

La proposta ha guadagnato forza, soprattutto tra Russia e Cina, che vedono l’iniziativa anche come un’opportunità per rafforzare il loro peso geopolitico. Anche sotto questa consapevole Trump ha sottolineato che qualsiasi tentativo di creare una valuta Brics porterà a conseguenze economiche severe: “Richiediamo un impegno da questi Paesi che non creino una nuova valuta Brics, né sostengano altre valute per sostituire il potente dollaro statunitense, o dovranno affrontare tariffe del 100% e dire addio al meraviglioso mercato economico degli Stati Uniti”.

Le dichiarazioni di Trump si inseriscono anche in un contesto di crescente polarizzazione globale. Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva già accusato le potenze occidentali di “militarizzare” il dollaro, sostenendo che le sanzioni imposte alla Russia dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022 hanno minato la fiducia nella valuta americana.

La strategia di Trump, basata su tariffe punitive, rispecchia un approccio più ampio di pressione economica. Le minacce ai Brics seguono annunci simili rivolti a Messico e Cina, ma anche al Canada, e vari input inviati in Europa. Solo questa settimana, Trump ha promesso tariffe del 25% su tutte le importazioni dal Messico e dal Canada, e un ulteriore 10% su quelle cinesi, accusando questi Paesi di favorire l’immigrazione illegale e il traffico di droga.

L’imposizione di tariffe così aggressive potrebbe avere implicazioni significative. Per i Brics, una risposta coordinata potrebbe rafforzare ulteriormente la loro coesione e incentivare la diversificazione economica per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Tuttavia, resta incerto se alcuni membri del blocco, come India ed Emirati Arabi per esempio, ma anche il Brasile, siano disposti a rischiare i loro legami economici con Washington per sostenere un progetto di valuta comune.

Paradigmatica è stata la mossa di Javier Milei: il presidente argentino ha evitato l’adesione formale ai Brics quest’anno, dopo l’invito all’adesione dello scorso anno, e il fattore determinante nella decisione è la proposta di “dollarizzazione” dell’economia argentina, ovvero l’adozione del dollaro statunitense come valuta ufficiale per combattere l’iper-inflazione e stabilizzare l’economia nazionale. Questa strategia contrasta con l’obiettivo dei Brics di creare una valuta alternativa al dollaro per ridurre la dipendenza dal sistema finanziario statunitense.

Le dichiarazioni di Trump segnano l’inizio di una fase di incertezza nelle relazioni economiche internazionali e sono particolarmente monitorate dal mondo della finanza, che trova nei mercati emergenti ancora elementi di (forte) spinta, non abbandona l’America – pur attendendo il ciclo presidenziale trumpiano con incertezza.

Da un lato, questa forma di nazionalismo americano potrebbe indebolire il dollaro come valuta di riserva globale, spingendo altri Paesi a esplorare alternative. Dall’altro, il rischio di una guerra commerciale su larga scala rischia di aggravare le tensioni geopolitiche già esistenti, accelerando la frammentazione dell’ordine economico globale. Lo scatto di Trump è ambizioso, chiedere garanzie del genere può sembrare un processo alle intenzioni e può essere raccontato dalle narrazioni di Cina e Russia come un’interferenza sugli affari di altri Paesi.

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