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Le sirene dei no euro attirano la sinistra dem. La minoranza del Pd si sta infatti lasciando conquistare da chi sostiene la necessità per il nostro Paese di uscire dalla moneta unica europea. Peccato però che tutto ciò accada a ben cinque mesi di distanza dalle elezioni per il Parlamento Ue; a maggio, infatti, il partito di Matteo Renzi ha conquistato il 40,8% dei consensi facendo leva sulla permanenza in Europa e nessun ritorno alla lira o cose simili.

Tanto più che in quel periodo in ben pochi nel Pd si azzardavano a parlare apertamente di superamento dell’euro o addirittura di ritorno a una moneta nazionale. L’aria, però, adesso è decisamente cambiata nella sinistra interna al Pd, dove a mettere in discussione la permanenza stessa dell’Italia nell’euro sono esponenti di primo piano come Gianni Cuperlo e Stefano Fassina. Entrambi nel weekend scorso hanno preso parte al convegno promosso dall’associazione A/Simmetrie a Montesilvano di Pescara dal titolo «Euro, mercati, democrazia 2014: l’Italia può farcela», un appuntamento divenuto il punto di ritrovo per i principali sostenitori dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica, dal docente universitario Alberto Bagnai (seguitissimo il suo blog goofynomics) al responsabile economico del Carroccio, Claudio Borghi Aquilini, fino all’economista marxista Vladimiro Giacché. Non sono mancati gli esponenti politici, come Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia che ha sposato da tempo la campagna di uscita dall’euro. E si sono visti anche i due dirigenti della sinistra dem, Cuperlo e Fassina. Anche se, va detto, il dibattito era aperto pure a chi non è affatto convinto che il nostro Paese debba sganciarsi dalla moneta unica, come Michele Boldrin di Fare per fermare il declino e Riccardo Puglisi, economista ora vicino a Corrado Passera.

Qualche settimana fa Fassina si era spinto a sostenere che «senza un radicale cambiamento di rotta, dobbiamo costruire le condizioni per un superamento cooperativo dell’euro», precisando di non voler utilizzare il termine «uscita», perché «l’euro non potrebbe reggere senza l’Italia», ma di fatto rompendo un tabù nella sinistra quale è quello sulla moneta unica. «Le ricette che continuiamo a seguire, in larga misura dettate da Berlino e da Bruxelles, non funzionano, possono certamente passare in Parlamento, poi si scontrano con la realtà» aveva detto Fassina. Poi domenica mattina l’ex responsabile economico del Pd s’è lasciato andare: «Superamento euro deve diventare opzione politica».

Apriti cielo, il fuoco renziano (sempre via Twitter), non ha tardato ad arrivare, a partire da quello di Pina Picierno che ha scritto come, di questo passo, l’ex viceministro arriverà a proporre di «tornare al baratto». Ma a consolidare la posizione di Fassina ci aveva pensato lo stesso Cuperlo. Già alla manifestazione romana della Cgil aveva detto che «bisogna valutare l’ipotesi di uscita dall’euro», quindi sabato scorso ha preso parte alla tavola rotonda con Salvini, Meloni e Fausto Bertinotti, spiegando che «bisogna dimenticare la demagogia del passato, dell’europeismo usato come clava nei confronti delle critiche alle politiche monetarie». Senza dimenticare che pochi giorni fa il deputato bersaniano Alfredo D’Attorre ha dichiarato al Foglio che «l’euro così com’è oggi non è più sostenibile». Insomma, a urne chiuse e lontano dalla campagna elettorale, Bagnai e Borghi Aquilini sono riusciti a fare breccia all’interno del Pd. Meglio tardi che mai.

Fassina e Cuperlo sedotti dalle tesi anti euro di Bagnai e Borghi

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