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Fusioni, trasformazioni in società per azioni, nuovi soci, fondazioni bancarie pronte a entrare. È uno scoppiettio mediatico quello che circonda da mesi le banche popolari, specie le 11 maggiori coinvolte dal decreto Renzi che ha imposto alle Popolari con più di 8 miliardi di euro di attivo a trasformarsi in società per azioni.

Il dato certo è che l’unico effetto sicuro della legge renziana è stato un incremento delle quotazioni in Borsa dei titoli delle Popolari interessate. L’aumento dei corsi azionari ha fatto gioire i soci che, anche per questo, hanno benevolmente confermato nelle assemblee i vertici delle stesse banche nonostante conti non proprio splendidi. È così quei vertici delle Popolari che si erano stracciati le vesti (in verità non con troppa convinzione) per il decreto Renzi sono stati in alcuni casi i primi beneficiari del nuovo corso, renziano e azionario.

Ma tra gli addetti ai lavori si fa strada una consapevolezza: l’attivismo molto mediatico con ammissioni, mezze frasi e annunci impliciti su fusioni tra Popolari cela un obiettivo più o meno recondito degli attuali vertici: restare in sella anche in caso di aggregazioni. Ma molti analisti di banche d’affari sottolineano che con la trasformazione in società per azioni e l’ingresso di nuovi fondi esteri la grande parte dei vertici saranno per lo più spazzati via, anche se con fusioni e aggregazioni i conti delle Popolari fuse saranno miscelati per bene per non discernere troppo meriti e demeriti del passato.

Tra l’altro, la frenesia che nelle ultime settimane ha contraddistinto molti capi azienda nel delineare imminenti trasformazioni in S.p.A senza attendere i 18 mesi previsti dalla legge sta facendo spazio a una minore urgenza. In ambienti bancari si vocifera infatti che lo stesso presidente della Bper, Ettore Caselli, stia frenando rispetto alle prime intenzioni mostrate nell’accelerare sulla trasformazione in società per azioni.

Così come pure il tiki taka cronachistico sulle fondazioni bancarie pronte e felici di diventare soci delle future e corpose popolari spa – come facevano intendere recenti dichiarazioni dei banchieri – sta lasciando spazio ad altre considerazioni. Ha scritto ieri Stefano Righi del Corriere della Sera:  “Le fondazioni ex bancarie non appaiono essere il partner ideale per dare solidità alle (ex) popolari: si sono infatti impegnate a scendere nell’azionariato delle banche conferitarie per diversificare gli investimenti. Reinvestire nelle ex popolari sarebbe una sfida al buonsenso“.

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