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Dopo aver attinto alle riserve di Pyongyang, è in Yemen che adesso Mosca cerca nuove reclute per continuare a condurre le operazioni militari nel conflitto ucraino, attraverso un sistema alquanto fumoso e dai contorni piuttosto dubbi. A rivelare l’esistenza di questo fenomeno è il Financial Times, che ha avuto modo di confrontarsi con alcuni individui di nazionalità yemenita coinvolti nel “processo di arruolamento”. Queste persone hanno raccontato di aver accettato di recarsi in Russia dopo aver ricevuto la promessa di un impiego ben retribuito e persino la cittadinanza russa; tuttavia, dopo essersi recati in Russia con il sostegno di una compagnia privata, identificata come operatore turistico e fornitore al dettaglio di attrezzature mediche e prodotti farmaceutici e legata ad Ansar Allah (il fondatore della compagnia, Abdulwali Abdo Hassan al-Jabri, è un importante esponente Houthi), questi stessi uomini sono stati poi costretti con la forza ad arruolarsi nell’esercito russo, venendo inviati a combattere al fronte in Ucraina. Il reclutamento di soldati yemeniti sembra essere iniziato già a luglio, secondo alcuni documenti visionati dal Ft.

“Questa notizia indica uno sviluppo pericoloso nelle ripercussioni della guerra nello Yemen, dove le condizioni economiche e politiche vengono sfruttate per reclutare combattenti per combattere in Ucraina per conto della Russia. Questo fenomeno rappresenta la continuazione dello sfruttamento degli yemeniti da parte di soggetti locali e internazionali nei conflitti esterni, il che costituisce una flagrante violazione dei diritti umani e del diritto internazionale”, commenta per Formiche.net l’avvocato e attivista per i diritti umani nello Yemen Tawfiq Al-Hamidi, accennando a una rete di reclutamento organizzata che comprende i governatorati di Ibb e Taiz, gestita attraverso intermediari locali legati a figure influenti all’interno della compagine Houthi, e con il supporto di cittadini russi. “Non esiste un numero esatto, ma può superare le trecento persone”, afferma Al-Hamidi.

L’arrivo, per quanto forzato, di reclute dallo Yemen offre alcuni spunti di riflessione. In primis su quanto sia forte la carenza di risorse umane per l’esercito del Cremlino, che prosegue nella conduzione di operazioni offensive (soprattutto nell’area dell’oblast di Donetsk) caratterizzate da un alto tasso di perdite. Per far fronte alla sempre più marcata mancanza di uomini, Mosca si è rivolta a fonti estere, non solo accettando il contingente nordcoreano inviato da Kim Jong Un sulla base del trattato recentemente firmato tra Mosca e Pyongyang, ma anche arruolando persone di nazionalità indiana e nepalese, spesso con dinamiche d’inganno molto simili a quelle riportate dai cittadini Yemeniti.

Allo stesso tempo, questo episodio è un ulteriore segnale del compattamento del più ampio “fronte revisionista” che si estende, seppure con differenze di tipo e quantitativo e qualitativo, da Mosca a Pechino e a Pyongyang, fino a Teheran e alla sua rete di proxies, tra cui rientra appunto Ansar Allah. E il fatto che la compagnia responsabile del trasferimento sia più o meno direttamente legata alle strutture di potere del Paese della penisola arabica suggerisce come proprio da quest’ultime sia arrivato un placet, se non un vero e proprio input, riguardo all’attività di “reclutamento” descritta dalle persone sentite dal Ft.

Un collegamento sottolineato anche dall’amministrazione americana. L’inviato speciale degli Stati Uniti per lo Yemen Tim Lenderking ha rilasciato una dichiarazione sul fatto che Mosca stia attivamente perseguendo contatti con gli Houthi, discutendo anche di trasferimenti di armi. “Sappiamo che a Sana’a c’è personale russo che sta aiutando ad approfondire il dialogo. I tipi di armi di cui si discute sono molto allarmanti e consentirebbero agli Houthi di colpire meglio le navi nel Mar Rosso e forse anche oltre”, ha detto Lenderking.

Anche sul piano militare ci sono delle considerazioni da fare. “L’impiego di combattenti stranieri inesperti e potenzialmente riluttanti evidenzia gravi limiti nella pianificazione militare russa. Questa scelta può aumentare le perdite, compromettere la coesione delle unità e introdurre barriere linguistiche e culturali, aggravando le difficoltà operative sul campo”, riferisce a Formiche.net l’analista Ramez Homsi, editore capo di Al-Hal.net.

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