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Mentre continua l’annosa querelle sulla riforma della legge elettorale, alcuni scenari di prospettiva cominciano a trapelare. Silvio Berlusconi ha dovuto in queste ore affrontare la resa dei conti, discreta ma ferma, del suo partito, e in particolare sedare la fronda dei molti dissensi interni. L’appuntamento odierno, vale a dire il quasi ultimatum di Renzi sulle riforme, nasconde in realtà un problema di fondo retrostante l’accordo del Nazareno. È vero che il presidente del Consiglio è diverso dai suoi predecessori leader del Pd, è vero che il centrodestra è in crisi di identità e di idee; ma ciò non significa che sia digeribile a lungo un’intesa che tutto sommato finisce per danneggiare entrambi i contraenti.

Non è un caso che le ultime dichiarazioni di Renzi ridimensionino l’entità del patto, e lo circoscrivano esclusivamente nel suo giusto recinto, quello riguardante le riforme istituzionali. Andare oltre, darebbe a Grillo una medicina per rinsaldare le proprie forze e non gli permetterebbe una facile tregua con la sinistra interna ed esterna al suo partito.
D’altra parte, si sa, in politica tutto è possibile, ma è veramente difficile avvicinarsi alle future tornate elettorali senza che Forza Italia si mostri agguerrita e alternativa alla sinistra sul piano della politica economica e delle esigenze che interessano direttamente il proprio elettorato. La situazione, dunque, è fluida, ma grandi compromessi di legislatura non paiono sensati per nessuno.

Ora la vera questione, a ben vedere, non è tanto se e in che modo Berlusconi e Renzi troveranno il modo per differenziarsi tra loro senza mandare al macero la legislatura, anche perché il miraggio delle elezioni anticipate non dispiace veramente a nessuno e corre sul filo delle sempre più numerose indiscrezioni che trapelano un po’ dappertutto. I grandi partiti resteranno in vita in ogni caso. In dubbio è semmai la sopravvivenza delle forze politiche più piccole, quelle che, comunque andrà a finire la discussione sull’Italicum, si troveranno schiacciate dal consistente premio di maggioranza. L’esigenza principale, ad esempio, di Ncd è stato rimanere al Governo, tenere salda la maggioranza che guida il Paese adesso e lo ha guidato prima con Enrico Letta. Viene di chiedersi, man mano che si andrà avanti, quanto questa urgenza resterà prioritaria rispetto all’esame delle urne e alle necessarie alleanze che dovranno essere fatte.

La stessa cosa vale anche, e direi a maggior ragione, per i Popolari e l’Udc, sebbene quest’ultimo ormai sia pienamente saldato con il partito di Alfano. Le aperture che il ministro degli Interni ha rivolto a Berlusconi sono da interpretare probabilmente proprio come conseguenza di un ragionamento di questo genere, almeno si spera.
Proviamo, in effetti, ad applicare il raggio delle nostre considerazioni, mettendoci nei panni di Alfano. È veramente sensato avere per lui un ruolo tanto marginale in un Governo che sicuramente arriverà alle urne con un tasso di popolarità non altissimo? E ha ancora senso restare in sella ad un organico il cui unico punto di forza è Matteo Renzi?
È chiaro che la risposta a queste domande è negativa.

Allora è bene che si valuti accuratamente quale linea è intelligente tenere per questi piccoli partiti, la cui importanza, d’altronde, è inversamente proporzionale alla rispettiva potenza numerica. Sicuramente la prospettiva ineluttabile è di essere assorbiti dai fratelli maggiori, siano essi il Pd o FI, da un lato o dall’altro dello schieramento. Inoltre, la presenza del M5S non lascia spazio ad alcuna cavalcata protestataria, perché sul suo terreno Grillo resta imbattibile. Quindi la cosa più ovvia è scegliere, e scegliere subito da che parte stare.

In questa logica, Scelta Civica, o quel che rimane di essa, è avvantaggiata perché sta già con Renzi. Io credo che le altre forze politiche, Ncd in testa, dovrebbero optare perciò risolutamente e senza equivoci per tornare nel centrodestra.
D’altra parte gli spazi politici non sono infiniti, e stare alla corte di Renzi è, prima ancora che incoerente e indifendibile, sbagliato e inutile. La scissione con Berlusconi è stata, giusta o no, resa necessaria da contingenze e da divergenze sulla condotta da tenere, ma non è frutto di una contrapposizione sui valori fondamentali e sulla posta in gioco complessiva. Come non capire che ogni canto delle sirene che viene da sinistra è adesso un’attrazione fatale verso il baratro politico?

L’auspicio, in definitiva, è che Cesa, Mauro e Alfano optino per la via obbligata che hanno davanti, lasciando che il Pd giochi da solo le sue carte. Anche perché in una fase di delegittimazione sistemica dell’area moderata come quella attuale la loro presenza in coalizioni di centrosinistra sarebbe addirittura ridicola. La gente è stanca e sfiduciata, allergica ai giochini di palazzo, per cui o si sta dalla parte giusta, quella indicata dalla propria storia, oppure si finisce per essere una caricatura di se stessi e uno zimbello del Paese.
In fin dei conti, chi è piccolo riesce ad essere grande solo se fa scelte grandi, coraggiose e lineari. Altrimenti, siamo tutti adulti, meglio uscire di scena con dignità, restandosene a casa.

La strada obbligata di Angelino Alfano

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