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La Libia è ormai divisa in due, spaccata tra le città controllate dai miliziani filo-islamisti, al comando a Tripoli e Bengasi, e il Parlamento e il governo riconosciuti internazionalmente, rifugiatisi a Tobruk, e costretti ad appoggiare le milizie del generale Khalifa Haftar, per non perdere del tutto il controllo del Paese.

SALE LA VIOLENZA

Una tensione che prende la forma degli attentati consumatisi in queste ore. Ieri e nelle scorse settimane alcuni ordigni sono esplosi a Tobruk, uno dei quali nei pressi dell’Istituto per il Petrolio, segno della componente economica presente negli scontri. Mentre oggi, all’alba, Tripoli è stata teatro di due autobombe contro l’ambasciata egiziana e la rappresentanza degli Emirati arabi uniti. Attacchi simbolici, perché egiziani ed emiratini – intervenuti militarmente in Cirenaica e ben disposti a finanziare alcuni gruppi – sono considerati da una parte del Paese come elementi di instabilità.
Entrambe le situazioni confermano che nessuna delle due parti ha appieno il controllo di ciò che accade sul proprio territorio (come testimonia anche l’arrivo dell’Isis a Derna), ed è in questo quadro delicatissimo che si muovono i tentativi di mediazione internazionale portati avanti dall’inviato speciale della Nazioni Unite, lo spagnolo Bernardino Leon.

LA LETTERA DI TOBRUK

Qualche segnale positivo c’è. Indiscrezioni sostengono che una lettera riservata, firmata dai parlamentari di Tobruk, proponga di riconoscere la sentenza con la quale, il 6 novembre scorso, la Corte suprema del Paese ha disposto lo scioglimento del parlamento nato dalle elezioni del 25 giugno, compromettendo anche la legittimità del governo di Abdullah al-Thinni e gettando ulteriormente il Paese nel caos istituzionale.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

In questo scenario, accrescono le potenzialità del ruolo di mediazione dell’Italia. L’escalation di violenza, per molti analisti, rende ancora più significativo il fatto che l’ambasciata italiana sia non solo l’unica rimasta sempre aperta dall’inizio degli scontri, ma anche una delle poche a non essere, finora, oggetto di “attenzioni” particolari. A questo si somma la buona notizia della liberazione del tecnico italiano Marco Vallisa, uno dei due ostaggi italiani nelle mani dei gruppi della Tripolitania.

L’INTERESSE NAZIONALE

Cosa può fare il nostro Paese? In primo luogo, scrive Alberto Negri sul Sole 24 Ore, è tempo per Roma di “decidere tra la legittimità del governo di Tobruk… e la protezione dei suoi interessi nazionali…“. Una scelta complessa, perché “qualunque presa di posizione che appoggi Tobruk danneggia la nostra presenza in Tripolitania. Se però ci sbilanciamo troppo su Tripoli rischiamo di perdere la copertura internazionale. I francesi premono a favore del governo in Cirenaica: sono temibili rivali, come abbiamo sperimentato nel 2011 quando decisero l’attacco aereo su Bengasi. Servono equilibrio e nervi saldi“.

Altrettanto essenziale, come sottolineato a più riprese da Mattia Toaldo, analista presso lo European Council on Foreign Relations di Londra, non cadere nell’errore di utilizzare la narrativa del terrorismo per raccontare e interpretare le vicende ben più complesse che riguardano la Libia e che ne fanno oggi un campo di una battaglia che travalica i suoi stessi confini.

Tenendo conto di queste variabili, Roma potrebbe essere uno dei pochi interlocutori in grado di evitare un intervento militare e far superare l’attuale fase di stallo, favorendo la ripresa dei colloqui tra le parti e sciogliendo quello che Karim Mezran, senior fellow presso il Rafik Hariri Center for the Middle East dell’Atlantic Council di Washington DC, ha definito “un dilemma diplomatico“.

IL RUOLO DI BRUXELLES

Occhi puntati anche sulla presidenza italiana dell’Unione europea. Lunedì e martedì prossimo si riunirà a Bruxelles il Consiglio degli affari esteri, l’organismo comunitario composto dai ministri degli Esteri degli stati membri. L’auspicio degli osservatori è che Roma, rappresentata dal nuovo titolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, e in via “indiretta” da Lady Pesc, Federica Mogherini, possa portare in questa sede la necessità di sostenere, in Libia, i germogli di dialogo e apertura che sembrano essere spuntati, nel Paese, in entrambi gli schieramenti.

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