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Martedì 17 marzo, si terranno le elezioni in Israele per il rinnovo dei 120 deputati della Knesset, parlamento delle Stato ebraico. Esiste un collegio unico nazionale. Il sistema elettorale è proporzionale, con soglia di sbarramento recentemente elevata dal 2 al 3,25%, per limitare l’eccessiva frammentazione in piccolissimi partiti, portati a ricattare il governo per interessi anche marginali dei loro elettorati. Con una soglia di sbarramento tanto bassa, saranno comunque presenti nella Knesset almeno dieci partiti. Nessuno di essi potrà ottenere i 61 seggi necessari per formare una maggioranza. Il nuovo governo dovrà essere di coalizione.

I sondaggi danno prevalente l’Unione Sionista, di centro-sinistra, che dovrebbe ottenere 25-26 seggi. Essa fu costituita nel dicembre scorso con la fusione del partito laburista, diretto da Isaac Herzog, e del centrista partito Hatuna, di Tzipi Livni. In caso di successo, Herzog sarà primo ministro per i primi due anni; la Livni per i successivi due della legislatura.

Il suo rivale è il partito della destra storica: il Likud, diretto da Benjamin Netanyahu, che aspira al suo quarto mandato da premier. Secondo gli ultimi sondaggi, dovrebbe raggiungere i 21 seggi, malgrado il suo tentativo di mobilitare l’intera destra religiosa e nazionalista israeliana con l’appassionato – e discusso – discorso al Congresso degli USA. L’ha tenuto su invito della maggioranza repubblicana, che si proponeva di erodere la credibilità di Barack Obama, forse più che a ostacolare un accordo fra gli USA e l’Iran sul nucleare. L’iniziativa è stata fortemente criticata da molti ex-militari ed ex-dirigenti dell’intelligence d’Israele. Ha incrinato il tradizionale sostegno bipartisan esistente negli USA per la sicurezza d’Israele. E’ stata criticata sia in Europa sia negli USA. L’intervento del Congresso in politica estera contro le posizioni dell’amministrazione rende quest’ultime più imprevedibili e ne diminuisce l’affidabilità internazionale. Comunque, la cosa non ha influito sull’esito dei sondaggi elettorali in Israele.

La crescita dell’Unione Sionista, rispetto alle precedenti previsioni, è attribuita al fatto che Herzog e la Livni hanno posto al centro del loro programma elettorale l’attenuazione delle diseguaglianze sociali e l’irrisolto problema della casa, che stanno diminuendo la coesione della società israeliana. Hanno poi accentuato i richiami alle esigenze di sicurezza, considerati prioritari anche dal partito laburista, di certo per contrastare l’accusa di Netanyahu di essere poco patriottici.

L’appassionata oratoria e le provocatorie dichiarazioni dell’attuale premier, opposto al programma di Oslo “terra contro pace” e a ogni accordo che non consideri l’eliminazione completa del nucleare iraniano, non hanno mobilitato gli elettori nella misura che sperava. Egli ha insistito sul fatto che dell’Iran non ci si può fidare e che ogni cessione di territorio è stata seguita da una pioggia di razzi e missili su Israele.

Anche Herzog e la Livni non hanno proposto alternative concrete. Solo i toni sono stati diversi. Differiscono dal radicalismo dell’attuale premier, unicamente perché adottano una linea comunicativa più morbida, per migliorare l’immagine di Israele negli USA e in Europa, compromessa dall’oltranzismo di Netanyahu. Hanno comunque affermato, ma senza insistere molto, di non essere contrari al congelamento per dieci anni del nucleare iraniano, punto centrale di un accordo fra gli USA e l’Iran, e di voler iniziare di nuovo il dialogo con i palestinesi. Non hanno però contestato il programma dei nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania, che rende impossibile la costituzione di uno Stato palestinese avente una qualche organicità territoriale.

Dal canto suo, il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen ha dato una mano all’Unione Sionista, dichiarando che l’esito delle elezioni non modificherà né i rapporti con Israele, né la decisione di denunciare lo Stato ebraico per crimini di guerra. Ha così teso a spuntare l’accusa del Likud all’Unione Sionista di volere un accordo con i palestinesi a ogni costo. Non è escluso che il Partito unico degli israeliani arabi – per il quale i sondaggi prevedono una quindicina di seggi – finisca per sostenere, di fatto, l’Unione Sionista. Non sarebbe la prima volta che l’Autorità Palestinese cerca di dare una mano alla sinistra d’Israele.

Dopo le elezioni, il presidente d’Israele Reuven Rivlin – di cui è nota l’antipatia per Netanyahu – designerà la personalità politica che ritiene più idonea a formare un governo. Generalmente sarà il capo del partito che ha ottenuto più voti. Il prescelto avrà 42 giorni per ottenere la maggioranza nella Knesset. Se non riuscirà, il presidente designerà un altro candidato. Se nessuno riuscirà a ottenere la maggioranza, si terranno nuove elezioni.

Come detto, il nuovo governo sarà di coalizione. Per la formazione di quest’ultima, il Likud è favorito rispetto all’Unione Sionista. Potrebbe, quindi, ripetersi la situazione che si verificò con le precedenti elezioni. Benché il partito della Livni avesse ottenuto un paio di seggi più del Likud, fu quest’ultimo a formare il governo, aggregando i partiti religiosi, nazionalisti e dei coloni. Non si può escludere che si verifichi la stessa cosa, anche perché la situazione turbolenta del Medio Oriente potrebbe favorire la convergenza di tutti i radicali, più di quanto possa fare con i moderati il “duo” Herzog/Livni. Un loro successo darebbe luogo a una coalizione estremamente fragile, difficilmente in grado di prendere drastiche decisioni sul futuro d’Israele. Non sono in sostanza da aspettarsi mutamenti rilevanti nella politica estera israeliana né nella geopolitica del Medio Oriente.

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