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Ogni volta che si “apre” una finestrella di dibattito sulla scuola, tutti ci mettono dentro il loro capoccione. Tutti esperti teorizzatori. Dai mesi di apertura (agosto in classe?)  e chiusura (30 giugno, come in nord Europa?); scuola “aperta al territorio” (“tutto il giorno sino al 14 agosto!”); “gite scolastiche” (sarebbero i “viaggi di istruzione”) utili o no?; ex PCTO, necessario?

Ora, tocca a una coppia di fidanzati lombardi, del XVII secolo, due operai, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, la cui vicenda accompagna gli adolescenti italiani nel percorso di alfabetizzazione della lingua letteraria, da circa un secolo. Hanno ricevuto lo sfratto esecutivo dal Mim: cambiare aula, da quella/e del biennio a quella/e del quarto anno (delle superiori). Anche qui pareri contrastanti.

Ecco la motivazione del Mim: “I promessi sposi non sono più un classico contemporaneo”, si legge in un inciso di una nota del Mim a firma del ministro Giuseppe Valditara. Dunque, si consiglia, meglio, a 15 anni, di leggere i contemporanei veri. Da Moravia, passando per Calvino, Pasolini, e tanti altri, letterature italiana e straniere, sino a Philip Dick.  

I promessi sposi: un testo difficile?

La questione, però, è un’altra, conosciuta dai docenti, ma che mi pare non sia emersa chiaramente nelle motivazioni ministeriali. Quella, semplifico, del plot e dello stile piuttosto articolati del noto romanzo. Quel birichino di Alessandro Manzoni, non solo ha scritto una storia di fidanzati tanto tempo fa (1840), l’ha pure ambientata due secoli prima, colorandola di latinismi, di espressioni in spagnolo («Pedro, adelante con juicio»), e di frasi baroccheggiante per parodiare il Seicento. Il tutto, poi, risciacquato, dentro un italiano letterario ottocentesco, cresciuto grazie agli omogeneizzati delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio), prodotti a Firenze, di cui il piccolo Alessandro andava ghiotto.

Insomma, Alessandro! Con quella struttura ipotattica di principale e subordinate, con quel parco lessicale superiore a ogni più immaginifico Parco Disneyland, con quello sfolgorio inarrestabile di figure retoriche, quelle pirotecniche digressioni barocche a flash-back – che manco Orson Welles e Akira Kurosawa -, hai steso sui banchi, per anni, alle quinte e seste ore, quando arriva l’abbiocco, migliaia di ragazzi e ragazze! Uno stile troppo complesso per un quindicenne. Birbante!

Docenti in gamba e meno

Certo, quando scrivevi, pensavi a docenti di un certo livello, tuoi “assistenti”. Purtroppo, sono pochi quelli che, in classe, riescono a rendere pimpante la lettura e puntuale il commento del tuo lavoro, caro Gran Lombardo. La maggior parte dei docenti non ha capacità comunicative, non ha il tono e il ritmo adatto per la lettura, possiede scarse qualità empatiche. Senza le note a piè di pagina degli esperti, poi, sarebbe perso. Alla fine si cucina una simil frittata, un bel Pasticciaccio nella testa di un innocente ragazzo.

Caro Sandro, tu, mezzo illuminista e mezzo agostiniano (prima che scolopiano), se avessi usato lo stile di un tuo contemporaneo, di quaranta anni dopo, quel toscano che inventò la storia di un “pezzo di legno di catasta” divenuto burattino parlante, e poi bambino, secondo libro più tradotto nel mondo dopo la Bibbia, sarebbe stato tutto più semplice. Una volta capiti alcuni toscanismi, tutto il resto sarebbe stato più facile, per un quattordicenne di un istituto tecnico. Soprattutto grazie a frasi brevi, ossia paratattiche. Insomma, ci voleva un racconto meno barocco, un italiano “corrente”, standard, più collodiano. Quello che successivamente si è fuso con la grammatica normativa insegnata alle elementari, tra Ottocento e Novecento e poi, non troppo tardi, insegnato dalla televisione, a partire dal 1954 (come diceva Tullio De Mauro). Ale, quell’italiano paratattico funziona: è persino amato dai signori giornalisti televisivi (prezzolati).

Manzoni e Miyazaki

Se la storia di Renzo e Lucia, fosse ri-raccontata con i disegni e i dialoghi di Hayao Miyazaki, stile la Principessa Mononoke, sarebbe più digeribile. Se fosse ri-scritta con i testi di Topolino e Paperino, una volta imparate espressioni quali “cribbio” e interiezioni come “gasp!”, la lingua è quella, appunto, dell’italiano “corretto e corrente”. Tutto risolto, sarebbe.

Ma, invece, sui banchi, Alessandro, abbiamo il tuo pesante testo. E in classe, lo sai, non si ha il tempo per una lettura integrale, testuale e nella giusta atmosfera: per quelle interruzioni e chiose (mentre qualcuno va al bagno, qualcun altro sbadiglia; un terzo ha lo sguardo perso) necessarie per spiegare il “significato” del “significante”.

Ho sempre sostenuto che i Promessi Sposi vadano letti al quarto o quinto anno. Anche da soli, con l’ausilio del parco note. A quell’età, a 17-18 anni, lo studente ha gli strumenti per “fare da solo”. Poi, per i passi delicati, vi è sempre l’insegnante. Non puoi obbligare un 14enne sui sentieri ininterrotti manzoniani. È come sollevare un adolescente dalla comoda guida di un piccolo go-kart e fiondarlo nell’abitacolo della formula 1. Se non hai almeno 19 anni, come Kimi Antonelli, una certa maturità, imballi il motore o ti fai male.

Chi scrive sostituì il Gran Lombardo, con Collodi, Camilleri, Buzzati, i fumetti, oltre ai passi antologici della letteratura mondiale, slittando I promessi sposi al quinto superiore, da “leggere da agosto fino a prima di Natale”. Con verifica testuale: esperimento riuscito in tutte le classi interessate.

Gli adolescenti, caro ministro, leggono, e come!   

Ma torniamo alla proposta del ministro Giuseppe Valditara. Spostare lo studio dei Promessi Sposi, dal biennio delle superiori al penultimo anno del corso (quarto per chi segue un corso quinquennale e terzo per chi segue un liceo/tecnico breve, quello di quattro anni), ci pare saggia proposta. La Commissione, del resto, ha raccolto le esperienze sul campo. In effetti, la logica della letteratura storica comparata, cara a Giuseppe Petronio, darebbe ragione all’invito del Ministro

Piuttosto sfocata appare invece la motivazione del Mim. Il capolavoro del Manzoni, essendo stato inserito nei programmi scolastici tra la fine dell’Ottocento e primo Novecento, al tempo considerato un “classico contemporaneo”, da leggere nel biennio delle superiori, oggi ha cessato di essere tale. E dunque ecco lo sfratto.

Per i ragazzi del Terzo Millennio, ci dice tra le righe la nota ministeriale, i Promessi non è più una vicenda contemporanea, e quindi, al biennio, va lasciato il posto alla letteratura contemporanea. Ma i rimandi alla realtà contemporanea nei Promessi, come in tutte le opere riuscite, sono molti: Flippo La Porta (la Repubblica del 24 aprile) e Lucia Esposito (Libero, 25, aprile) ne hanno indicati alcuni: amore per la giustizia, l’innamoramento tra due cuori puri, il coraggio di Federico e di Fra Cristoforo.

La reale motivazione dello slittamento dei Promessi Sposi, per chi lavora sul campo, dovrebbe essere invece quella di cui sopra, ossia una motivazione socio-linguistica, direbbe Franca Orletti. Quella dell’insegnamento della storia della lingua italiana in relazione alla graduale competenza linguistica dell’allievo inserito in un contesto sociale, E, in più, nel nostro caso, anche in rapporto alla oggettiva complessità sinfonica del testo manzoniano, avrebbe aggiunto Luca Serianni.

La nota ministeriale, incoraggia, inoltre, a leggere, nel biennio, al posto dei Promessi Sposi, autori contemporanei: Moravia, Morante, Calvino, Benni, Tolkien, Pasolini, Philip Dick, ecc. Ma i ragazzi, mi permetto di osservare, da decenni, leggono Stephen King, J. K. Rowling, Suzanne Collins, Rick Riordan, Sarah J. Maas da soli, senza il permesso dei genitori e del ministro di turno.

E noi, onorevole ministro, mi scusi, docenti di “lettere”, in classe, e nelle indicazioni per le letture “per le vacanze”, i contemporanei li abbiano sempre letti, commentati e consigliati. Almeno, da prima degli ultimi cinque governi.

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La nota del ministero dell’Istruzione invita a spostare lo studio dei “Promessi Sposi” (1840), di Alessandro Manzoni, al penultimo anno della secondaria superiore, non essendo più un “classico contemporaneo”. Non si accenna alla affascinante complessità del testo. Il punto di Eusebio Ciccotti, saggista e già docente di lettere

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