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Le speranze di costituire in Libia un governo di unità nazionale, nell’attuale situazione, sono state distrutte dall’attacco di Khalifa Haftar a Tripoli.
Nonostante le fantasie del generale di divenire il “salvatore della Libia”, egli non ha di certo deciso da solo: è stato spinto a farlo anche dall’Egitto. Dichiara di voler eliminare dalla Libia gli estremisti islamici, con il risultato di renderli indispensabili al governo di Tripoli-Misurata. Oltre alle forze di cui dispone nell’Est del Paese e all’appoggio dell’Egitto, della Russia e delle monarchie del Golfo (con l’eccezione del Qatar che, con la Turchia, appoggia l’operazione “Alba della Libia”, in cui è forte l’influenza della Fratellanza Musulmana), il discusso generale può contare, nella Libia occidentale, sulle milizie di Zintan e di parte di quelle di talune grandi tribù – come la Warfallah – che avevano appoggiato Muammar Gheddafi e che si sentono discriminate dai “rivoluzionari”.

A parte gli islamisti della qaedista Ansar al-Sharia, presenti soprattutto a Bengasi, e ai jihadisti che hanno dichiarato fedeltà allo Stato Islamico – poche centinaia di combattenti, concentrati a Derna e a Sirte, dove sono attaccate da elementi delle milizie di Misurata – le forze di Haftar sono contrastate da altre milizie. L’affermazione che il governo di Tripoli sia islamista e le sue forze formate da terroristi, come affermato da Tobruk, è certamente esagerata. La lotta in Libia non è ideologica, ma politica, per il potere e la ricchezza. Gli appoggi esterni permettono a entrambi i gruppi di sperare in una vittoria militare. Finché tale speranza permarrà, ogni negoziato fra le due parti è destinato a fallire. Lo è anche perché la comunità internazionale è divisa. Ciascun Paese cerca di sfruttare il caos libico per ottenere qualche vantaggio.

L’Italia è lo Stato che ha maggiore interesse alla stabilizzazione del Paese, la cui premessa è la costituzione di un governo unico. Solo in questo caso si potranno costituire forze di sicurezza capaci di mantenere l’ordine e di controllare le ondate immigratorie verso il nostro Paese. Roma ha anche interessi economici. Ha perduto interessanti opportunità commerciali e di lavoro, tuttavia, esse hanno un’importanza minore del controllo dell’immigrazione. Tutto sommato, l’Eni se la cava. Il flusso di gas continua. La produzione di petrolio è risalita a metà marzo a 500mila barili al giorno. Gli impianti petroliferi non sono stati attaccati dalle milizie. Esse sanno che dal petrolio dipendono i finanziamenti, che tutte ricevono dalla Banca centrale libica. Solo gli affiliati al califfato li hanno attaccati nell’Est del Paese, per interrompere il flusso di “oro nero”, che la Banca centrale trasforma nell’”oro” essenziale per mantenere un certo equilibrio fra le varie forze che lottano fra loro.

Una vittoria sul campo di una delle due parti è impraticabile. Verrebbe comunque seguita da un’interminabile guerriglia, dalla quale avrebbero vantaggio solo i jihadisti e la criminalità, che trae consistenti profitti dal traffico di esseri umani e di armi.

Cosa si può fare per stabilizzare la Libia? Le chiacchiere sulla riconciliazione nazionale e le condanne, pur politicamente corrette, dell’uso della forza sono inutili. Stanno divenendo addirittura ridicole agli occhi dei libici. Finché riceveranno l’appoggio dell’Egitto, Tobruk e Haftar non rinunceranno alla loro speranza di poter vincere e Tripoli non distruggerà i jihadisti, suoi potenziali alleati. E’ possibile convincere Il Cairo a cambiare politica? A parer mio è difficile, ma non impossibile. L’Egitto, contrario a un governo di unità, vede coinvolti importanti interessi politici ed economici. Dal punto di vista politico, il suo obiettivo è di eliminare in Libia la presenza della Fratellanza Musulmana. Dal punto di vista economico, ha interesse al petrolio della Cirenaica. Non lo intende conquistare, poiché non potrebbe sfruttarlo direttamente. L’infrastruttura petrolifera è troppo vulnerabile alla guerriglia. Maggiore importanza per Il Cairo hanno le rimesse degli emigranti. Nel 2010 ammontavano a 1,5 milioni e trasferivano in Egitto oltre 5 miliardi di dollari. Oggi sono meno della metà. Una pressione economica occidentale sull’Egitto sarebbe possibile. Però, potrebbe tradursi in una maggiore influenza russa. All’Egitto potrebbero comunque essere promesse compensazioni economiche per cessare il sostegno a Haftar.

L’Occidente dovrebbe poi accettare il verdetto della Corte Suprema libica, che ha decretato l’illegittimità del parlamento, quindi del governo di Tobruk. Questo dovrebbe contribuire a moderare le pretese di quest’ultimo e ad accettare una soluzione di compromesso. Ma la carta vincente per portare le due parti a un serio negoziato consisterebbe nelle pressioni economiche. L’Eni, e quindi l’Italia, ne pagheranno il maggior prezzo. Ma forse il gioco vale la candela. Un embargo petrolifero e il blocco dell’afflusso in Libia dei fondi che la Banca centrale possiede all’estero e di tutte le esportazioni anche alimentari verso la Libia, potrebbe convincere i responsabili libici a giungere ad un accordo, che permetta quanto meno lo schieramento di forze di sicurezza occidentali. La misura susciterebbe le proteste delle organizzazioni umanitarie. Ma quale cosa può essere più umanitaria in Libia che la fine del caos? Insomma, le esagerazioni mediatiche sul pericolo del Califfato non dovrebbero distogliere l’attenzione dal punto centrale del problema. I seguaci delle bandiere nere di al-Baghdadi non sono il vero problema. Lo è invece il caos determinatosi in Libia dall’improvvida iniziativa militare occidentale del 2011.

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