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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il fenomeno Xi Jinping è difficile da capire, oggi. Segretario del Pcc, Presidente della commissione militare centrale, colà eletto nello stesso giorno in cui veniva designato Segretario del Partito, è oggi presidente della Repubblica popolare cinese.
Il padre, un alto dirigente del partito, fu, e questo è molto indicativo, l’ideatore delle Zone economiche speciali di Deng Xiaoping, e soffrì molto in quella fase, anch’essa dalle molteplici spiegazioni, della “rivoluzione culturale e proletaria”. Cosa fu per esempio la “rivoluzione culturale”? Un modo, per Mao, di azzerare il partito e utilizzare le Forze armate, ancora a lui fedeli? Una lotta interna al partito? Una azione di potenze esterne? Non lo sapremo mai con precisione.

Oggi, nell’iconografia del regime cinese, che vale molto più di tante analisi, a saperla leggere, ritorna la radiazione maoista, si è creato un certo culto di Deng Xiaoping, sono marginalizzati i leader successivi a Deng: Hu Yaobang, Jang Zemin, lo stesso Hu Jintao.
Ma Xi Jinping, figlio del capo della propaganda del Pcc, ai tempi della rivoluzione culturale viene spedito in punizione nello Shanxi, dove rimane per anni. Lì ottenne l’esperienza sul campo e a contatto con le masse tipica della formazione di un vero leader, in Cina come altrove.

Xi Jinping è uomo dai modi perfetti e dotato di grande simpatia appena velata dal classico riserbo della buona tradizione mandarina. Per Xi, l’Italia è il punto di riferimento della Cina per il Mediterraneo, e il Mare nostrum è l’obiettivo strategico primario cinese. Marco Polo all’incontrario, potremmo riassumere. Xi Jinping vuole stabilizzare lo Stato e l’economia cinesi, per eliminare ogni elemento di disturbo alla grand strategy di Pechino.
Un forte interesse di questo Pcc è nell’eliminazione della povertà, ancora un problema rilevante in tante aree cinesi, e non solo dell’interno.
Si tratta di 90 milioni di poveri, che non sono uno scherzo, più una quota non irrilevante di lavoratori poveri con salari troppo bassi.

I fondi per il sostegno ai poveri, nel 2013, furono dimezzati dalle tangenti, peraltro.
Quindi, per Xi Jinping, erede anche qui di Deng Xiaoping, si tratta di distruggere la corruzione e raggiungere uno stato di diritto moderno, anche e soprattutto nel partito.
Il vicepresidente della commissione militare centrale Xu Caihou, sotto accusa per corruzione, è morto poco tempo fa.
Arrestato il presidente della casa automobilistica Faw, e molti altri. C’è il pericolo che il mandarinato in odore di tangenti faccia una azione di resistenza silenziosa contro Xi Jinping, ma il presidente ha mostrato due caratteristiche essenziali: la determinazione e la capacità di acquisire il sostegno popolare contro “tigri e mosche”.
Strano a dirsi, la corruzione si è annidata nelle Forze armate e questo, agli occhi di Xi, che è un raffinato analista strategico, vuol dire una sovranità nazionale a rischio.

E anche nei servizi segreti, e qui il rischio per la sicurezza nazionale è evidentissimo: Zhou Jongkang, il vecchio capo dei Servizi, legato a un Bo Xilai ormai ergastolano, è stato posto sotto processo e destituito. Xi Jinping è al potere e lo dimostra con durezza, senza timori reverenziali e con grande rapidità. È sicuro del suo potere e della sua inattaccabilità. Ha dalla sua la simpatia del popolo, che lo vede come una sorta di vendicatore dei poveri.
Un potere, quello di Xi, mai prima eguagliato all’interno del Pcc e dello Stato, che indica come la Cina sia ancora in fase di evoluzione politica. Abbiamo avuto leadership pluralistiche, deboli, forti nelle Forze armate e deboli nel partito, ma mai una “linea di Xi Jinping” così pervasiva nella società e nello Stato cinesi.
Quindi, nella visione di Xi c’è una “democrazia socialista”, sempre sotto l’egida del partito, un sistema di rotazione al potere e, soprattutto, il concetto occidentale della “separazione dei poteri”.

I poteri legislativo, giudiziario, esecutivo, se separati possono funzionare meglio e, soprattutto, possono essere facilmente controllabili sul piano della fedeltà alle leggi e della estraneità alla corruzione, che è il vero tarlo che rode il sistema di Pechino.
Strano che alcuni think tank occidentali pensino alla corruzione in Cina come a un “volano di sviluppo”. Certo, a Macao si è fermato il gioco d’azzardo, e allora? Meglio così.
Quando studiavo io economia, la corruzione, oltre ad essere un reato, era l’esempio, tipicamente illiberale, di una allocazione irrazionale e improduttiva delle risorse.
Altro punto-chiave, e l’ho accennato in parte supra, è la riapertura della Via della Seta. Sarà l’asse della diplomazia di Xi nei prossimi anni.

La Cina di Xi Jinping vuole uscire dalla sua area continentale. Tra India e Federazione Russa, lo spazio asiatico è di fatto chiuso. Nella penisola indocinese, il Vietnam fa concorrenza a Pechino. Il controllo del Mare regionale è quanto basta alla Cina per limitare le tensioni dei suoi avversari, ma la Cina ha bisogno di crescere e di aprirsi a mercati e a alleati fuori dal suo vecchio Hearthland.
Allora, la Via della Seta, obiettivo di Xi Jinping, per creare clienti, compartecipazioni e alleati nella linea debole che va da Pechino ( e dallo Guanxi) verso l’Asia centrale, fuori dalle tensioni che oggi colpiscono la zona, e arriva fino al mare Adriatico e all’Europa di Marco Polo e di Padre Ricci.
E quindi, all’interno della Cina il problema di Xi è mostrare un Paese più stabile, con una crescita più lenta, ma più sana e meno speculativa, e spesso drogata da iniziative nate nel “giro” della corruzione.

Giancarlo Elia Valori è professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University e presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa”

Così la Cina punta su una nuova Via della Seta

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