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Continua in Europa il dibattito politico sul fracking, la tecnica sviluppata negli Usa che consiste nell’utilizzare un fluido, in genere acqua, iniettato ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo, e per consentire il recupero e lo sfruttamento dell’idrocarburo “shale” individuato.

Una tecnica invasiva dal punto di vista ambientale, ma a cui non si vuole rinunciare a priori in molti Paesi del Vecchio Continente.

Se infatti alcuni Stati dell’Unione Europea hanno recisamente escluso il ricorso al fracking, per convinzione tecnica o ideologica, altri Stati stanno valutando progetti, e altri ancora hanno recentemente assegnato concessioni di coltivazione che prevedono la fratturazione idraulica, anche off-shore.

Le istituzioni europee hanno posto sotto la lente di ingrandimento lo sviluppo delle riserve di shale gas continentali, e una raccomandazione del gennaio 2014 impone agli Stati membri di valutare il corretto rapporto tra impatto ambientale e potenzialità dei giacimenti, oltre che di effettuare rigidi controlli e monitoraggi delle matrici ambientali in situ, informando la popolazione sui progetti in essere.

La periodica informazione che gli Stati forniscono da quest’anno alla Commissione Europea in merito allo sfruttamento di “unconventional hydrocarbons” indica che Olanda, Regno Unito, Romania, Polonia e Danimarca hanno concesso o stanno per concedere licenze per lo sfruttamento di risorse minerarie che molto probabilmente necessiteranno dell’utilizzo di fracking. Interessante notare che tra questi Paesi la Danimarca, regina della green energy e dell’eolico, sia in pista per avviare progetti shale al largo della sua costa.

Tra gli Stati che stanno lavorando per avviare nuovi programmi – per ora solo sulla carta – sulle risorse non convenzionali, Lituania e Irlanda del Nord sembrano fare le cose molto seriamente, con piani di sviluppo importanti, mentre la Germania studia una normativa che regolamenterà in dettaglio l’uso del fracking e l’attività legata alla geotermia.

E l’Italia? Ha recentemente vietato per legge l’estrazione di idrocarburi attraverso il fracking, pur non disponendo di giacimenti “shale” (gli unici a necessitare davvero di tale tecnica): il nostro Paese ha pertanto promulgato una norma che vieta un’attività che nessun geologo si sognerebbe di realizzare perché inutile e inadatta alla conformazione geologica del nostro sottosuolo. Ma tant’è.

Del resto, il nostro Parlamento appare sempre molto emotivo sul tema dello sfruttamento degli idrocarburi.

Recentemente al Senato (con un emendamento al DDL Reati Ambientali, che ora tornerà alla Camera per eventuali ulteriori modifiche e per l’approvazione finale) è divenuto addirittura reato penale il ricorso alla tecnica dell’air gun, ovvero la propagazione di onde sonore, generate da aria compressa, utilizzata per studiare i fondali.

Tanto per capirci, l’air gun viene usato da decenni ed è oggetto di attenti studi per i potenziali danni che potrebbe causa alla fauna marina: ma in nessun Paese del mondo i risultati di tali ricerche hanno portato al divieto di utilizzo di prospezioni geofisiche con questa o con altre tecniche, né tantomeno chi ricorre a questa tecnica di prospezione (usata anche per le costruzioni marittime, per l’oceanografia, per scopi militari, per attività legate alla pesca) viene perseguito penalmente o rischia la reclusione.

Idrocarburi, l’Europa guarda anche allo shale (e al fracking)

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