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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Recep Tayyip Erdogan è il primo presidente eletto dal popolo della Repubblica Turca. Ha vinto al primo turno, con il 51,8%, con un affluenza di circa il 77% (oltre dieci punti percentuali meno rispetto alle elezioni politiche 2011) e un risultato forse inferiore alle aspettative. Il paese è spaccato in due, o meglio, geograficamente, in tre. L’Anatolia è compatta per Erdogan, che ha usato e abusato delle sue risorse come premier in carica, oltre ad aver raggiunto l’invidiabile cifra di quasi 20 milioni di euro di finanziamenti privati, schedando i suoi finanziatori invitati con forza a versare un contributo per “essere parte della storia”. Le coste hanno votato per Ekmeleddin Ihsanoglu (38,4%) e le zone del sud est per il candidato curdo Selahattin Demirtas (9,8%).

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Erdogan ha dichiarato nella campagna elettorale che non avrebbe esercitato un ruolo di garanzia, come invece hanno fatto i suoi predecessori, e ha promesso che avrebbe guidato la Turchia a una transizione dal sistema parlamentare a quello presidenziale. La sua vittoria arriva dopo una campagna elettorale divisiva e violenta nei toni, una campagna settaria, nella quale si è appellato alla maggioranza sunnita contro le molte minoranze, andando così contro la tradizione di una nazione che per decenni ha fatto (tra alti e bassi) della convivenza pacifica, sotto il vessillo della repubblica laica, la propria forza e la propria diversa rispetto alla maggior parte degli altri stati a maggioranza islamica.

IMMUNITÀ E PROBLEMI

Il neo-presidente, che grazie all’immunità garantita dalla sua carica potrà tenere lontani i guai giudiziari legati agli scandali della corruzione, si trova ora davanti tre grandi questioni con le quali fare i conti.
La prima riguarda la politica interna. Erdogan è un presidente eletto, ma se vuole trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale ha bisogno di un parlamento che approvi a maggioranza dei due terzi le riforme che egli proporrà. Il risultato di domenica rende più incerta l’ampia vittoria della quale l’AKP, avrebbe bisogno, e non sono da escludere problemi interni al partito. Probabilmente il neo-presidente punta ancora ad avere come successore nella carica di premier il suo fedelissimo ministro degli esteri, Ahmet Davutoglu, ma ora non è da escludere che possa giocare le sue carte la fazione che fa capo all’ex presidente, Abdullah Gul, co-fondatore dell’AKP, che in passato ha mostrato una certa indipendenza e un sia pur moderato disaccordo rispetto ad alcune scelte del suo neo-eletto successore. Non solo Erdogan potrebbe faticare a tenere compatto il partito sotto la sua leadership, ma potrebbe anche vederlo indebolirsi elettoralmente ora che lui non è più candidabile.

POLITICA ESTERA

La seconda questione è la politica estera. Negli ultimi tempi Erdogan è andato incontro a una serie di sconfitte. Sperava di diventare il modello e la guida dei nuovi governi inizialmente emersi dalle primavere arabe, e in questo aveva ammiccato ai fratelli mussulmani, e poi aveva fatto di tutto per fa cadere il governo siriano. Le cose non sono andate come sperava, ora conta più avversari che estimatori, e come conseguenza anche i suoi rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti si sono raffreddati, nonostante la Turchia rimanga una pedina fondamentale dello scacchiere mediorientale. A complicare la situazione c’è la sua presa di posizione più che netta a favore della Palestina e i pessimi rapporti con Israele, cosa per certi versi comprensibile in chiave di consenso interno, ma anche una sconcertante ambiguità rispetto alle vicende del Califfato irakeno, che pensava di poter usare contro Bashar al-Assad.

CRESCITA CHE SCRICCHIOLA

Il terzo problema è l’economia. Nei quasi dodici anni di governo di Erdogan la Turchia ha assistito a una crescita economica spettacolare; oggi continua a crescere, ma qualcosa scricchiola. La corruzione e i problemi politici sembrano iniziare ad allontanare gli investimenti stranieri. Le imponenti opere pubbliche sono state finanziate con debiti, che dovranno essere saldati, e mentre le spese correnti sembrano fuori controllo le linee di credito estero, fondamentali per l’economia turca, sembrano iniziare ad affievolirsi. Il mercato immobiliare continua a crescere a ritmi vertiginosi, facendo presagire a molti analisti lo scoppio di una colossale bolla.

LE POSSIBILI MOSSE DEL SULTANO

Come il “sultano” tenterà di venire a capo di questi problemi, e come farà a mantenere le mille e contradditorie promesse fatte, non è facile prevederlo. Le sue parole, subito dopo la vittoria, a favore di una riconciliazione lasciano perplessi i molti che si aspettano una accelerazione della svolta autoritaria e islamista. Come saprà reagire, nelle piazze e in parlamento, quella metà della Turchia che non ha votato per lui ma per gli altri due candidati, molto sensibili al tema della democrazia, è l’incognita più grande.

Ormai da decenni la Turchia è il grande, e forse unico, laboratorio nel quale sembrava fosse possibile far convivere (pur non senza difficoltà) islam, democrazia, tolleranza e sviluppo economico. In questa terra di mezzo si gioca una partita decisiva per i valori nei quali l’Occidente crede, partita che va ben al di là del destino di quella nazione. Se l’Occidente avesse osservato con più attenzione cosa avveniva in luoghi così vicini, non solo geograficamente, forse oggi potremmo guardare con più ottimismo alla possibilità della convivenza tra islam e democrazia. Una convivenza difficile, che nella Turchia poteva trovare un modello da imitare. Forse il paese della mezzaluna può ancora aspirare ad essere quel modello, vedremo se saremo in grado di accorgercene e fare la nostra parte.

Ecco come Erdogan guiderà la Turchia

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