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Dopo un lungo tira e molla, il negoziato nucleare con l’Iran vive le sue ore decisive e pare ora a portata di mano. Il limite per un’intesa definitiva rimane quello fissato al 30 giugno di quest’anno, ma il via libera politico all’accordo potrebbe già arrivare entro la fine di marzo, portando con sé importanti conseguenze geopolitiche ed economiche, anche per l’Italia.

GLI EFFETTI SU ROMA

Sabato scorso, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni si è recato a Teheran, per tirare la volata al raggiungimento di un’intesa diplomatica che il nostro Paese ha sponsorizzato sin dal principio. Nell’incontro col suo omologo Mohammad Javad Zarif, il titolare della Farnesina ha rivolto il suo “invito a compiere ogni sforzo possibile per l’esito positivo dei negoziati“, che visto da Roma avrebbe un duplice vantaggio: rimettere in pista un alleato come l’Iran, fondamentale per risolvere crisi regionali e globali, in particolare la “lotta al terrorismo, all’estremismo e alla minaccia” dello Stato Islamico; e aprire nuovamente all’industria italiana il ricco mercato di un Paese tradizionalmente amico. L’Istituto per il Commercio estero ha stimato che nel triennio 2014-2016, se i provvedimenti restrittivi a Teheran perdurassero, l’Italia (secondo esportatore verso l’Iran dopo la Germania) esporterà appena 3 miliardi di euro di beni verso la Repubblica Islamica, mentre avrebbe potuto venderne 19 in assenza di sanzioni (e senza contare i potenziali accordi possibili nel settore degli idrocarburi).

IL QUADRO GEOPOLITICO

Ugualmente complesso il panorama geopolitico, dove un ritorno sulla scena di un attore importante come l’Iran produrrebbe effetti a catena su molti teatri – Yemen, Siria, Irak e Afghanistan per citarne alcuni – contribuendo non poco alla loro stabilità. Teheran ha parlato finora del negoziato in termini essenzialmente economici: il suo obiettivo è preservare per quanto possibile la possibilità di sviluppare capacità nucleari per usi civili, ottenendo l’abbattimento delle misure internazionali a suo carico, che ne mettono a repentaglio la stessa tenuta interna. Ma la partita, per molti osservatori, si gioca essenzialmente sul versante politico. Se il dialogo con la Repubblica Islamica dovesse fallire, l’Iran potrebbe ritrovarsi costretto a optare definitivamente per un accordo strategico di lungo periodo con due Paesi in rapporti contrastanti con l’Occidente, Russia e Cina. Mosca e Pechino si dicono ufficialmente a favore della soluzione positiva di un negoziato, salvo poi, come rileva il Guardian, offrire a Teheran la vendita di armamenti che farebbero immediatamente saltare il tavolo. Washington vuole scongiurare a tutti i costi questo rischio, ma nel farlo, si è visto rivoltare contro proprio alcuni dei suoi storici alleati.

LE TENSIONI CON SAUDITI E ISRAELIANI

In questo quadro, infatti, uno degli effetti più dirompenti di un accordo con l’Iran è l’acuirsi, per ragioni diverse, degli attriti con Riyadh e Tel Aviv. Nel primo caso si assiste a una nuova battaglia della guerra politica e religiosa che oppone le due principali “famiglie” del mondo islamico. Un braccio di ferro secolare che oggi vede contrapposte due potenze come l’Arabia Saudita, sunnita, e l’Iran sciita. Il timore di Riyadh è che Teheran, libera da sanzioni e legittimata politicamente sul piano internazionale, possa mettere a repentaglio la sua supremazia regionale. Per questa ragione Re Salman, preoccupato anche dall’avanzata del Califfato nero, ha intensificato in queste ore i colloqui diplomatici con diversi interlocutori, anche su posizioni divergenti: il presidente turco Erdogan, quello egiziano al-Sisi e l’emiro del Qatar, al-Thani.

L’ANALISI DI VOLLI

Israele, invece, raccontò a Formiche.net Ugo Volli, professore ordinario all’Università di Torino e autore della prefazione del libro “Ebrei contro Israele” di Giulio Meotti (Belforte, 2014), considera l’Iran una minaccia per la sua stessa esistenza. Si spiega così, secondo il docente, l’escalation di tensione nei rapporti tra la Casa Bianca e il premier di Tel Aviv Benjamin Netanyahu, ora in visita a Washington per convincere i parlamentari Usa a a non appoggiare l’eventuale accordo sul nucleare iraniano in fase di negoziazione con i Paesi del “5+1” questa settimana in Svizzera, a Ginevra prima e Montreux poi, alla presenza del ministro degli Esteri di Teheran Zarif.

Da un lato – sottolineò Volli – Israele è in un periodo elettorale, nel quale si accentuano le divisioni tra la destra più rigida e la sinistra più aperturista. In alcune cancellerie c’è la convinzione che qualcosa possa cambiare, ma il passato dimostra che la politica di sicurezza di Israele è sostanzialmente bipartisan. L’Iran è un grande Paese, nonché uno degli attori chiave della politica mediorientale. Da 20 anni, però, questo Paese – un po’ per convinzione religiosa, un po’ per attirare simpatie nella regione – minaccia Israele di distruzione. Per questo Tel Aviv non può che ritenere inaccettabile qualsiasi compromesso con l’Iran che non preveda l’impossibilità di sviluppare armi atomiche. Una soluzione che auspicano anche altri alleati Usa come l’Arabia Saudita e che la politica di Obama ha finora disatteso“.

Sono questi i motivi che hanno portato i due Stati a identificare in Teheran un nemico comune e a collaborare per tenerlo all’angolo, nonostante il conflitto arabo-sionista sia tuttora irrisolto. Sarà sufficiente quest’asse “contro natura” a far saltare l’accordo occidentale con l’Iran?

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