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Articolo tratto da Nota Diplomatica

Il crollo dei prezzi petroliferi non colpisce solo Russia e Venezuela, togliendo alla prima “l’ossigeno” per l’avventura nel Caucaso e alla seconda perfino le scorte di silicone per ampliare i seni. Una delle principali vittime del calo è l’IS, lo “Stato Islamico”.

Secondo le stime, i tagliatori di testa pomperebbero 160mila barili al giorno dai pozzi iracheni, cedendone buona parte sul mercato nero internazionale per sostenere i combattimenti. Già dovevano vendere a poco, vista la provenienza—a meno di $40 al barile mentre il prezzo convenzionale era ancora sui $100.

Peggio, sono anche produttori inefficienti, obbligati a spostare il greggio con i camion anziché i più comodi oleodotti, spesso di notte per scansare i caccia americani. Poi c’è il problema del pourboire ai doganieri dei paesi confinanti… Ad ogni modo, quando il mercato andava bene, potevano tirare su somme importanti, fino a un teorico $6 milioni al giorno.

La stima prudente del think tank IHS—di novembre e quindi a prezzi ancora alti—era di solo $2 milioni al dì, ma c’era comunque di che pagare le pallottole. Ora il petrolio si scambia a meno di $50 al barile sui mercati legali e anche “l’oro nero” del Califfo avrebbe subito un proporzionale dimezzamento del prezzo.

Il greggio di contrabbando è stato finora la singola più importante fonte di reddito dell’IS che, non essendo uno stato in senso convenzionale, non dovrebbe — checché ne dicano — avere grandi riserve valutarie e nemmeno la possibilità di vendere obbligazioni per superare il momento di difficoltà finanziaria. Secondo il prof. Geoff Porter del Combating Terrorism Center dell’United States Military Academy di West Point, con il crollo del fatturato petrolifero, “Le opzioni dell’IS sono limitate… dovrà ricorrere ad altri mezzi per il finanziamento, come estorsione e crimine organizzato, per coprire il fabbisogno”.

califfo, siria

Il Califfo vittima dei mercati

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