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Da una parte il fronte dei fautori della linea dura, dall’altra quello che legittima la trattativa e il pagamento di un riscatto. Questi gli schieramenti che si confrontano nel dibattito pubblico sul pagamento o meno dei riscatti, tornato in auge dopo il rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.

Evidentemente, limitarsi a posizioni “ideologiche” o di principio impedisce una discussione costruttiva sull’argomento. Introdurre qualche elemento e sfumatura in più può aiutare.

RISCATTI COME INCENTIVI AL TERRORISMO

La motivazione principale a sostegno della linea dura è che a) s’incentiva i sequestratori a rapire altre persone e b) si finanzia il terrorismo.

Allora per quale motivo i sequestratori dello pseudo “stato islamico”, pur conoscendo la politica intransigente di Londra e Washington introdotta dopo l’11 settembre, sono andati a cercare, catturare e decapitare ostaggi inglesi e statunitensi?

I paesi che sentono il dovere morale, per ragioni costituzionali o meno, di proteggere fino in fondo i propri cittadini in zone di guerra, sanno che questa posizione può portare a compromessi. Sanno anche però che il problema non si pone più in termini di una valigetta piena di soldi solamente.

Con lo “stato islamico”, già ricco grazie a una pluralità di fonti di finanziamento, c’è stato un “salto di qualità” e un cambio di direzione, con gli ostaggi usati più che altro con finalità politico-mediatiche: si vedano i casi di Steven Sotloff, David Haines, Alan Henning e Peter Kassig, ma anche quello di Hervé Gourdel, l’escursionista francese decapitato in Algeria lo scorso autunno prima ancora di poter intavolare qualsiasi trattativa perché in realtà serviva ad un gruppo locale per accreditarsi come alleato del Califfato.

IMPORTANZA DELLA TRATTATIVA

Il primo aspetto funesto della linea dura, quindi, è che presuppone la morte dell’ostaggio. E poiché l’opinione pubblica dei paesi intransigenti è stata abituata dai propri governi a non aspettarsi altro, perché sforzarsi per salvarlo?

La scelta della Gran Bretagna e degli Usa significa questo innanzitutto: aver svalutato la “trattativa” come strumento preventivo ed essersi quindi amputati negli anni di una rete di contatti e d’intelligence – creando quello che gli esperti chiamano “systemic gaps” – al punto da doversi appoggiare, in certe aree, a quelle di altri paesi.

Qualsiasi interlocutore o intermediario è per loro “un terrorista e noi non parliamo con i terroristi”, salvo decidere come ritorsione di andare a bombardare a tappeto ed essere così trascinati nell’ennesima guerra dove la conta dei morti è ben superiore.

IPOCRISIA DELLA LINEA DURA

Come segnalato dallo scrittore franco-americano Jonathan Littell (Repubblica, 26/11/2014), la linea dura è anche venata di notevole ipocrisia.

I suoi fautori sono ricorsi in questi anni sia allo scambio di prigionieri (per gli Usa si vedano i cinque Talebani di alto profilo in cambio di un soldato e altri casi analoghi), sia alle triangolazioni (si pensi al ruolo giocato dall’oligarca russo Boris Berezovskij per la liberazione di due operatori umanitari inglesi in Cecenia in cambio dell’asilo politico in Gran Bretagna o a quello del Qatar che allentò i cordoni della borsa per il rilascio dell’ostaggio americano Peter Theo Curtis).

Per complicare le cose, gruppi armati di piccole dimensioni catturano chiunque capiti sotto mano, frutto più di occasione che di pianificazione. Solo in un secondo tempo cercano di capire che cosa farsene.

In tali casi, decidere a priori di non trattare è poco lungimirante, quasi folle: questo deve dipendere solo dal contesto, dagli interlocutori e soprattutto dalla credibilità del mediatore.
Forse è venuto il momento per statunitensi e inglesi di rivedere la loro linea dura, – dura poi solo fino a un certo punto- e dagli esiti contraddittori.

Per gli altri invece, quelli che pagano, è giunta l’ora di mettere al bando ogni ambiguità e ammetterlo, anzi rivendicarlo, apertamente. In fondo, il vero rischio della linea morbida è di pagare un riscatto e non avere l’ostaggio in cambio. Questo sì che sarebbe da considerare un fallimento.

Qui l’articolo completo

Filippo di Robilant è membro del Comitato Direttivo dello IAI.

Ecco perché si può trattare (senza pagare) con i terroristi

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