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L’uccisione del pilota giordano Muath Kasasbeh ─ caduto con il suo F-16 durante una missione contro lo Stato Islamico, poi rapito dagli uomini del Califfo e infine arso vivo sotto gli occhi di una telecamera che ha moltiplicato al mondo l’orrore dell’esecuzione ─ ha spinto Amman ad intensificare le sue attività contro l’IS. L’operazione ha già un nome: “Martire Muath”.

La Giordania, da sempre alleata americana sia politicamente che militarmente (cruciale il ruolo della sua intelligence nella regione mediorientale, sia per fini logistici che tattico-strategici) partecipava già alle operazioni di bombardamento al fianco della Coalizione internazionale US-led. Il suo ruolo non era marginale: ha condotto operazioni soprattuto in Siria, da tempo si è conoscenza che nella capitale giordana si trovi un nucleo di raccordo per i servizi che operano in Siria e un centro di addestramento gestito dalla Cia per formare i ribelli moderati, ma soprattutto è uno di quei Paesi arabi che il segretario di Stato americano John Kerry era riuscito a trascinare nel gruppo anit-IS e che rappresentano la risposta dell’Islam non estremista alle barbarie del radicalismo di Baghdadi.

Nelle ultime ore gli F-16 degli squadroni gemelli di quello di Kasasbeh, stanno aumentando il numero dei raid: gli aerei con stampato (in arabo) l’hashtag “Stepping On Isis” sorvolano i cieli iracheni e siriani, colpendo postazioni di artiglieria, un training camp e un deposito di munizioni (zona di Raqqa). Ha fatto notizia il passaggio di alcuni velivoli in volo radente sopra la casa del pilota ucciso. Un segno di riconoscimento, un’offerta, un tributo, un saluto, al loro vecchio compagno ─ in precedenza anche il re aveva fatto visita alla famiglia del militare e anche la regina Rania aveva incontrato la vedova (in foto).

Il ministro degli esteri giordano Nasser Judeh ha dichiarato alla CNN che questo è solo «l’inizio della nostra ritorsione» e che il suo Paese combatterà lo Stato Islamico «ovunque esso sia e con tutto quello che abbiamo».

Oltre alle attività sul campo, la Giordania si sta muovendo anche su altri livelli. Poche ore dopo l’uccisione del pilota, infatti, Amman ha fatto sapere di aver giustiziato la terrorista Sajida al Rishawi e e Ziad al Karbouli, i due su cui si erano imbastite le trattative con l’IS per il rilascio del militare. Un risposta a Baghdadi.

Sajida al Rishawi e Ziad al Karbouli non sono due semplici jihadisti: sono simboli ─ per questo il Califfo li voleva trattare, seppur giocando un bluff, visto che dai dati finora analizzati, sembra quasi certo che Kasasbeh sia stato ucciso diversi giorni prima dell’ultimatum posto per lo scambio.

Sajida è un’irachena di Falluja, detenuta da dieci anni in Giordania: nel 2005 aveva partecipato, insieme al marito e altri compagni, ad un attentato suicida in Giordania. Non morì soltanto perché il meccanismo di avvio del suo giubbotto esplosivo si inceppò: purtroppo stessa sorte non toccò agli altri che erano con lei, che si fecero saltare in aria provocando una sessantina di vittime. La famiglia di Sajida ha molti legami col mondo jihadista: un suo fratello, secondo quanto riportato da Guido Olimpio sul CorSera, era diventato uno dei «luogotenenti» di Abu Musab al Zarkawi (l’uomo di al Qaeda in Iraq, organizzazione prodromo dell’IS) e aveva combattuto al suo fianco gli americani durante la guerra d’Iraq. Come fa notare Olimpio, da parte del Califfo chiederne il rilascio è «un modo per dimostrare solidarietà ai prigionieri e ribadire il suo legame con quella parte di Iraq [Falluja e l’ovest dell’Anbar] dove il Califfo ha molti consensi» e ribadire il legame con al Zarkawi.

Rapporti stretti con il capo qaedista iracheno ce li aveva pure Ziad al Karbouli. Era un ufficiale dell’AQI, e forse in questo caso il rilascio aveva non solo un valore simbolico, come per Sajida, ma anche pratico: era esperto nella gestione delle relazioni sul territorio.

Ieri in serata, è arrivata la notizia del rilascio da parte di Amman di Abu Muhammad al Maqdisi, una sorta di predicatore incarcerato per avere un link con al Qaeda. L’uomo ha dichiarato di aver negoziato per un intero mese con i “diplomatici” del Califfato il rilascio del pilota, ma al di là di tutto è noto che tra lui e il Califfo non corra buon sangue. Anzi, è possibile che proprio su questo la Giordania starebbe giocando. Rilasciare un uomo vicino al mondo qaedista, e uccidere due prigionieri filo-IS, è un gesto che contribuisce ad inasprire la divisione interna all’universo jihadista tra al Qaeda e Califfato.

La Giordania sa che dovrà contare su qualsiasi alleato possibile per combattere questa guerra contro Baghdadi, e allora, in una dinamica che può soltanto apparentemente sembrare contorta, decide di fare “un regalino” ad al Qaeda. È la guerra, dove il discernimento lascia spazio al pragmatismo più cinico e spietato, nell’ottica de “il nemico del mio nemico è mio amico”, magari avere sul campo il consenso dei qaedisti, in questo momento non è la peggiore delle ipotesi. Poi, una volta sconfitto il Califfo si vedrà, e probabilmente si tornerà nemici.

A quanto pare il 1 gennaio le forze speciali giordane avrebbero tentato un blitz per liberare il pilota a Raqqa (la capitale siriano del Califfato), ma l’operazione è andata fallita per la resistenza incontrata ─ era girata la notizia, ufficialmente smentita, che il re in persona avesse partecipato al raid. Amman sa, e ha capito meglio con il flop nel tentativo di salvare l’ostaggio, che l’IS è forte e motivato: dunque serve cavalcare diverse opzioni.

I raid sono una di queste, ma su tale campo il re no può agire in modo completamente indipendente, dato che sono gli USA a coordinare le attività ─ Washington ha messo subito il cappello sugli ultimi raid giordani, dichiarando di aver fornito coordinamento per inquadrare i giusti bersagli, come dire “qui passa tutto sotto il nostro ok”. Un conto è coprire qualche missione in più, un altro è accettare il protrarsi di bombardamenti per rappresaglia, con il rischio che la cosa sfugga di mano, sballando il targeting e mettendo in pericolo i civili. Su questo, a quanto pare, pure re Abdallah sembra essere piuttosto cauto e convinto ad allinearsi alle direttive americane.

Più probabile, invece, che il sovrano darà il via libera ad azioni sottotraccia nel grigio del “non ufficiale”. Una densa attività di spionaggio potrebbe, per esempio, portare i servizi segreti giordani a compiere assassinii progettati verso notabili dell’IS. Allo stesso tempo, il regno potrebbe chiedere ad alcune tribù locali siro-irachene che si trovano sotto l’ala protettrice hashemita di ribellarsi, magari fornendo supporto e armamenti. È stato lo stesso ministro degli esteri, infine, a non escludere la possibilità dell’invio di contingenti di terra, commandos con missioni mirate.

Ed nell’ottica del lavorare nell’ombra, nel reclutare informatori, teste di ponte locali, spie, contatti, che pure i qaedisti possono essere un aiuto importante: d’altronde, s’è detto, hanno entrambi il Califfo come nemico.

@danemblog

 

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