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La polizza di Matteo Renzi per la partita del Quirinale, decisiva anche per il suo futuro di presidente del Consiglio, non è quella di Silvio Berlusconi, denunciata con ossessiva insistenza dalle minoranze dei rispettivi partiti. La polizza vera, dalla quale deriva quella di Berlusconi, porta la firma, le parole, gli insulti di Beppe Grillo. Al cui rifiuto di partecipare all’incontro proposto nella sede del Pd, all’antivigilia della prima votazione a Montecitorio per l’elezione del nuovo capo dello Stato, Renzi deve avere tirato un comprensibile sospiro di sollievo.

Il ritorno dei grillini alle posizioni di chiusura sostanzialmente pregiudiziale, se mai essi se ne sono mai allontanati o abbiano soltanto voluto tentare di farlo, salvo quelli naturalmente che se ne sono andati o sono stati espulsi proprio per questo dal movimento delle cinque stelle, ha offerto al presidente del Consiglio e segretario del Pd l’indebolimento ulteriore dei suoi critici ed avversari interni. Che nella partita del Quirinale avrebbero potuto e potrebbero avere spazi di manovra tanto concreti quanto rischiosi per Renzi solo se avessero trovato o trovassero una sponda nei grillini. Una sponda che lo stesso Renzi peraltro avrebbe avuto o avrebbe difficoltà a contestare a causa dei ricorrenti inviti anche suoi ai grillini, fuori e dentro le aule parlamentari, a concorrere alle riforme e agli altri decisivi passaggi istituzionali. “Il Paese ha bisogno anche di voi”, è arrivato a dire in Parlamento il presidente del Consiglio fra le loro proteste e sberleffi.

Piuttosto che concorrere allo scioglimento dei ricorrenti e ineludibili nodi politici e istituzionali, Grillo preferisce fare l’opposizione “anti-inciucista”, come la definisce. E scommettere su di essa, e sulla indomabilità della crisi economica, con tutto quel che ne conseguirebbe nelle case e nelle piazze italiane, per cercare di vincere da solo tutto il piatto in quella che il comico genovese immagina come la finale e decisiva partita elettorale.

Ma questa di Grillo è la stessa logica un po’ sfascista che gli impedì due anni fa, all’imprevisto e trionfale arrivo dei suoi nelle aule parlamentari, di giocare quella parte determinante del gioco politico imprudentemente, o ingenuamente, offertagli dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Che prima non riuscì a formare il governo addirittura di “combattimento”, e non solo di cambiamento, propostosi come presidente del Consiglio incaricato, o pre-incaricato. Poi non riuscì a gestire decentemente la successione a Napolitano, tanto da supplicare il capo uscente dello Stato a farsi rieleggere per un nuovo mandato che in realtà era solo una breve proroga di quello scaduto. E infine si dimise da segretario per consentire la formazione del governo sgradito delle larghe intese con i berlusconiani e spianare la strada del partito, dopo un intermezzo congressuale gestito da Guglielmo Epifani, a Matteo Renzi.

Ma la vicenda, conseguente alle scelte grilline d’inizio di legislatura, non si sarebbe conclusa lì perché Renzi, come si sa, in poche settimane recuperò Berlusconi con il cosiddetto patto del Nazareno dall’angolo in cui era caduto con la decadenza da senatore, nell’applicazione retroattiva e per ciò stesso controversa di una legge a carico di uno come lui, condannato in via definitiva per frode fiscale, liquidò il governo guidato dall’ex vice segretario del Pd Enrico Letta, pur dopo averlo invitato a “stare sereno”, e ne formò uno nuovo. Al quale Grillo gridò la sua opposizione e il suo disprezzo con molto fiato ma così poca credibilità da perdere voti al primo appuntamento elettorale, quello per il rinnovo del Parlamento europeo, scendendo dal 25 al 21 per cento, e farne guadagnare tantissimi a Renzi, salito al quasi 41 per cento dal 25 e poco più portato a casa l’anno prima da Bersani.

Tutto questo avrebbe forse dovuto consigliare un po’ di prudenza a Grillo nella nuova partita del Quirinale apertasi con le dimissioni di Napolitano. Invece lui ha deciso, a quanto pare, di tornare a giocare la stessa partita di due anni fa, fornendo a Renzi una polizza assicurativa, ripeto, della quale beffardamente potrà giovarsi anche l’odiato Berlusconi, tornato a “montare a cavallo”, come ha certificato malvolentieri pure Eugenio Scalfari sulla sua Repubblica di carta.

Grillo continua a liquidare sprezzantemente l’ex cavaliere di Arcore come “un criminale ai servizi sociali”: lui, poi, Grillo, che con tre morti in un’auto guidata e infine abbandonata mentre precipitava in un burrone ha precedenti giudiziari mica da ridere. Anche se il suo mestiere principale, o d’origine, dovrebbe essere proprio quello di far ridere.

La polizza Grillo di Renzi per il Quirinale

La polizza di Matteo Renzi per la partita del Quirinale, decisiva anche per il suo futuro di presidente del Consiglio, non è quella di Silvio Berlusconi, denunciata con ossessiva insistenza dalle minoranze dei rispettivi partiti. La polizza vera, dalla quale deriva quella di Berlusconi, porta la firma, le parole, gli insulti di Beppe Grillo. Al cui rifiuto di partecipare all’incontro…

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