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Ubi, Bpm, Banco Popolare, Bper, Veneto Banca. Il campione di banche popolari contattate da Formiche.net all’indomani del blitz di Matteo Renzi che le costringerà a diventare spa nel giro di un anno e mezzo ha risposto un secco “no comment”. Nessuno ha alcunché da commentare al momento. Forse la ferita è troppo fresca ed è meglio rifletterci su. E mentre in Borsa i titoli festeggiano con rialzi esaltanti, la “guerra popolare di Matteo” è già un fatto. E la risposta ufficiale degli istituti di credito del settore non si è fatta attendere.

“NON LASCEREMO NULLA DI INTENTATO AFFINCHÉ IL DECRETO VENGA MENO”
Lo dimostra innanzitutto il comunicato ufficiale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari (Anbp), diramato ieri sera, in cui si legge che “il recente decreto del Governo, gravido di conseguenze negative su risparmio nazionale e su credito famiglie piccole medie imprese, per un paese, come il nostro, privo d’investitori di lungo periodo in aziende bancarie, è ingiustificato e ingiustificabile. Il modello di banca territoriale non è risultato sostenibile al di fuori della banca cooperativa, vuoi nell’articolazione della banca popolare, vuoi della Bcc”. La politica economica attuale mira invece a trasferire la “proprietà di una parte rilevante del sistema bancario italiano alle grandi banche internazionali” e contro questa intenzione l’Anpb “si batterà affinché il dl venga meno”, dice l’associazione presieduta da Ettore Caselli.

“NON CI MANCHERÀ IL CORAGGIO”

L’Associazione sottolinea che in ogni caso il processo di concentrazione continuerà e che se è venuto meno negli ultimi mesi non è dipeso dalla forma societaria delle banche attrici “ma per l’avvento di regole e prassi di sorveglianza europee particolarmente avverse alle attività di finanziamento di famiglie ed imprese, e particolarmente severe verso intermediari che operano in paesi da lungo tempo in recessione e con elevato debito pubblico come l’Italia”. E anche se il decreto legge alla fine dovesse passare le Popolari continueranno a perseguire la “propria missione di banca territoriale, finalizzata alla raccolta del risparmio, da destinare principalmente al credito verso le famiglie e le imprese, specie medio piccole, del medesimo territorio. Alle banche popolari, non mancherà il coraggio, la fantasia e la determinazione per proseguire la propria storia, anche in un contesto normativo pregiudizialmente e irragionevolmente avverso”.

I DETTAGLI DELLA RIFORMA LAMPO
La riforma di Matteo riguarda dieci banche cooperative con attivi sopra gli 8 miliardi: Ubi Banca, Banco Popolare, Bpm, Bper, Creval, Popolare di Sondrio e Banca Etruria, che sono quotate a Piazza Affari e Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari.
“Dalle ricostruzioni del testo di legge – scrive Repubblica – si avrebbe un drastico abbassamento delle soglie necessarie per approvare in assemblea la trasformazione delle banche popolari in società per azioni o la loro fusione”, ovvero, in seconda convocazione “la semplice maggioranza dei due terzi dei votanti, senza nessun’altra limitazione”. Questa previsione era stata lasciata finora alla discrezionalità dei singoli statuti bancari che ovviamente fissavano soglie ben più elevate. “Novità anche in tema deleghe. E anche in questo caso si spazzano via anni di discussioni: ora si impone alle Popolari di dare ai soci tra le 10 e le 20 deleghe”, contro le cinque attuali, mentre “maggiori poteri sono affidati a Bankitalia, che potrà limitare il diritto al recesso dei soci delle banche popolari, “anche in deroga a norme di legge” e chi non s’adegua subirà la revoca della licenza bancaria.

A CHI GIOVANO LE NUOVE REGOLE

Entro due mesi il decreto dovrà essere approvato dal parlamento. Ma a chi giova veramente questa legge? Secondo gli analisti di Equita alle banche che mirano a un consolidamento che sarà accelerato dalle nuove norme. “È difficile pensare a poison pill in grado di ridurre la contendibilità – scrivono i broker in un report – Una parziale contromossa potrebbe essere il voto multiplo e la ricerca di soci strategici. Non escludiamo aggregazioni che coinvolgano più di due soggetti (Bpm, Bper, Creval e o Banco) con la creazione di due superpopolari che facciano capo ad Ubi e Bpm”. Un effetto collaterale è l’aumento dei compratori marginali sui titoli delle popolari. “Rispetto a precedenti processi di consolidamento aumenta l’incentivo – continuano gli analisti – a generare valore in chiave difensiva quindi ci attendiamo maggiore focus su sinergie da costo. La nostra stima di impatto positivo sugli utili di settore del 22% al 2016 derivante da risparmi del 9,4% sulla base costi complessiva potrebbe essere conservativa. Operazioni di portata più grande presentano più execution risk ma anche maggiore potenziale di estrazione di sinergie”.

LE MOTIVAZIONI DI MATTEO
E mentre le Popolari in sordina affilano le armi, Matteo Renzi ricorda la ratio della sua rivoluzione. “Le grandi popolari sono costrette a diventare delle spa che possano essere più vicine ai mercati internazionali. È un cambio veramente radicale rispetto al nostro sistema tradizionale. Purtroppo abbiamo perso l’opportunità di realizzare una riforma delle banche tre anni fa: quando la crisi ha mostrato i primi segnali molti paesi come Germania, Inghilterra, Spagna, hanno deciso di cambiare. Non l’hanno fatto Berlusconi, Mario Monti e Enrico Letta: rispetto la loro decisione ma in un sistema sano la prima scelta di riforme riguarda le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha aggiunto: «Ora mi aspetto movimento nel settore: consolidamento, takeover e altre combinazioni: se l’accesso al mercato migliora, le transazioni sono più facili, anche per Mps». “Anche se dirlo è tabù – conclude, come riporta Andrea Greco su Repubblica, la speranza che le fusioni coinvolgano la banca senese in cerca di partner è viva, nelle istituzioni”. A proposito di leggi ad personam.

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