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C’è ancora spazio per i cattolici nel Pd renziano? C’è ancora la possibilità che le loro idee possano venire accettate? E’ contemplato il dissenso interno sui temi etici? A sentire Mario Adinolfi, giornalista e già deputato del Pd, verrebbe da dire di no. Lui da tempo rivendica la necessità di un’iniziativa da sinistra in difesa della famiglia naturale e contro le unioni gay. Quanto accaduto nelle ultime settimane a Faenza, sembra comunque dargli ragione.

La storia è nota: il sindaco renziano ed espressione della Faenza ‘bianca’, Giovanni Malpezzi, alcune settimane fa in consiglio comunale vota con metà del gruppo dem un ordine del giorno di Forza Italia in difesa della famiglia naturale. Apriti cielo. Lunedì scorso arriva l’evento riparatore: il Pd vota compatto in aula un nuovo ordine del giorno che chiede, tra le altre cose, al Governo di intervenire sul tema delle unioni gay. Malpezzi aderisce, ritenendo “indubbia la necessità che anche l’Italia si dia finalmente una legislazione sulle coppie di fatto”. Tuttavia, nega di aver fatto qualsiasi retromarcia e precisa la sua posizione: “Rivendico il mio diritto di poter liberamente affermare la mia assoluta contrarietà a qualsiasi ipotesi di adozione di minori a coppie dello stesso sesso”. E ancora: “Ribadisco inoltre la mia contrarietà a chiamare con lo stesso nome situazioni tra loro profondamente diverse. L’istituto giuridico del matrimonio per quanto mi riguarda deve restare riferito all’unione di due persone di sesso diverso”. Infine: “Rivendico il mio diritto a sostenere la centralità del matrimonio come fondamento della famiglia, lo dice l’articolo 29 della Costituzione che qualifica la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

Proprio sulla base di queste convinzioni, Malpezzi aggiunge un postilla decisiva, visto che il suo primo mandato scade nel maggio 2015: “Non mi dimetto ma sento la necessità di restituire tranquillità al Partito democratico, scosso dal mio comportamento da molti ritenuto non ortodosso. Pertanto, voglio togliere dall’imbarazzo tutti, e lasciare ampia libertà di scelta sul prossimo candidato sindaco, per questo rimetto ora nelle mani del segretario comunale del Pd la mia disponibilità a candidarmi alle prossime elezioni. Se il Pd vorrà ricandidarmi, con o senza primarie, io ci sarò. Ma solo a una condizione: che vengano rispettate le mie convinzioni personali. In caso contrario, se il Pd non vorrà ricandidarmi a queste condizioni, me ne farò una ragione”.

Un sindaco con certe idee – “non ortodosse” – su famiglia e matrimonio rischia quindi di mettere in imbarazzo il partito; e a quanto pare, dovrebbe rinunciare alle proprie convinzioni per continuare la sua attività amministrativa. Lo fa capire lo stesso segretario del Pd faentino, Roberto Pasi, quando spiega che anche sui temi etici “si deve iniziare a ragionare su una linea nazionale” aggiungendo che “il Pd farà le proprie riflessioni al suo interno e, tramite consultazioni con gli organi preposti, deciderà”.

Il messaggio che scaturisce da questo episodio è chiaro: il dissenso nel Pd è tollerato solo se si parla di jobs act, legge di stabilità e altre questioni economiche. Stefano Fassina può quindi tranquillamente dire che Renzi governa seguendo la Trojka, mentre un sindaco non può difendere la sua idea di famiglia naturale, tanto da dover rimettere il mandato nelle mani del partito.

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