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Questo commento è stato pubblicato oggi da La Gazzetta di Parma

“Piazze piene, urne vuote”, si diceva un tempo, per descrivere il peso politico di quei partiti che protestavano molto fra la gente ma che, il giorno del voto, ottenevano risultati poco esaltanti.

L’adagio vale ancora, seppur adattato all’epoca dei tweet. “Piazze televisive piene, urne vuote” per Matteo Renzi e il suo Pd, che in Calabria, ma soprattutto in Emilia-Romagna, devono accontentarsi di una vittoria piccola piccola. Perché la maggior parte degli italiani ha scelto di non andare a votare: un astensionismo senza precedenti per un territorio abituato da sempre, al contrario, alle alte percentuali d’affluenza. Invece adesso più di sei elettori su dieci hanno detto picche.

Ha votato solo il 37,3 per cento. Anche molti simpatizzanti della Regione rossa per eccellenza sono rimasti a casa, al pari di un’opinione pubblica non schierata, ma scottata dall’offerta politica che passa il convento. Un’offerta che si rispecchia nei tredici trimestri di fila del Pil (prodotto interno lordo) in rosso, e non ideologicamente parlando.

E’ dunque nell’andamento dell’economia, cioè nell’aspetto più concreto di vita quotidiana con cui si misurano i cittadini, che bisogna scavare per cercare le ragioni delle due sberle. La prima – checché ne dica l’interessato – l’ha presa il signor Renzi. Il quale pochi mesi fa trionfava sull’onda di un quaranta per cento di consensi alle europee senza essersi neppure candidato di persona. E adesso nell’Emilia-Romagna del Pd e dei suoi sogni Renzi deve prendere atto di una percentuale notevole di gente tanto delusa da non essersi neanche presentata ai seggi.

E’ come se solo quattro giocatori su undici scendessero in campo per una partita. La partita l’hanno vinta, certo. Ma che vittoria amara: nessun allenatore al mondo potrebbe gioirne. Meno che mai il presidente del Consiglio che allena l’Italia, senza essere finora riuscito a invertire o almeno fermare la tendenza negativa dell’economia. E allora l’astensione di chi non ci sta, è tutt’altro che “un fatto secondario”, come ha minimizzato il premier.

L’altro schiaffo più prevedibile, ma non meno fragoroso è per Silvio Berlusconi e quel che resta del centro-destra. Il solo fatto che sia Matteo Salvini, cioè il leader della Lega – essa sì vittoriosa in Emilia – a profilarsi come il nuovo che avanza fra gli elettori dell’area non progressista, rende l’idea della crisi profonda in cui naviga l’ex Popolo delle libertà coi suoi alleati. Col patto renziano del Nazareno Berlusconi conta (forse) nel Palazzo. Ma nel Paese Forza Italia è stata doppiata dalla Lega in ascesa, grazie alla comunicazione “pane al pane” della ruvida generazione di Salvini. Matteo contro Matteo, sarà questo il destino italiano?

Intanto, il terzo incomodo comincia a essere meno incomodo. Quando i Cinque Stelle si propongono privi del grande capo, ottengono risultati rispettabili, non però sconvolgenti. In Emilia-Romagna il partito di Beppe Grillo non sarà il principale oppositore del Pd. L’oppositore più forte si chiama Matteo Salvini.

Naturalmente, il voto in due delle venti Regioni è solo un’indicazione dell’Italia che cambia. Ingigantirne il verdetto sarebbe da provinciali. Ma ridimensionarlo a roba di paese, significherebbe non capire il disagio potente e crescente del Paese.

f.guiglia@tiscali.it          

Da Emilia Romagna e Calabria due sberloni a Renzi e Berlusconi

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