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Da quell’Enrico (Letta) “stai sereno”, nessuno o quasi crede più alle parole di Matteo Renzi: quello che il premier dice, spesso non corrisponde a quello che pensa.

Così, quando a destra e a manca assicura che non lavora per andare ad elezioni anticipate nella prossima primavera, tutti leggono nelle parole del premier l’esatto opposto. Infatti Silvio Berlusconi ai suoi dice che ha sempre più l’impressione che il leader del Pd (suo erede politico, secondo Giuliano Ferrara) voglia andare al voto, e ieri pure Pierluigi Bersani, come tutta la minoranza Pd, si è convinto che Renzi punti alle urne. D’altronde, chi come il premier mostrava indifferenze per l’ennesima discussione sulla riforma elettorale, se ora se ne appassiona e si occupa quasi solo di quella si è ormai ai prodromi di imminenti elezioni anticipate, come analisti ed editorialisti del calibro di Lodovico Festa e Giovanni Di Capua, scrivono da tempo su Formiche.net. Ma la fregola renziana è stata attutita dalle intenzioni del capo dello Stato di dimettersi a breve: Giorgio Napolitano ha scombussolato i piani renziani? Si vedrà.

Di sicuro lo scarto tra parole e fatti diventa sempre più ampio. Così, mentre il premier ripeteva che la Legge di stabilità era espansiva (e nella prima versione sembrava proprio di questa natura), pian piano con la versione definitiva della manovra le innovazioni si sono diluite, per non dire che si sono annullate. Sarà perché Bruxelles ha imposto una riscrittura con tanti saluti ai toni celoduristici di Palazzo Chigi che si vantava di snobbare le letterine di Katainen, salvo poi applicarle; sarà perché qualche copertura finanziaria prima ballerina è stata resa meno fantasiosa; sarà per altri motivi che non si conoscono, sta di fatto che una personalità che di sicuro non è un gufo (ossia il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nominato dal governo Renzi) ha certificato in Parlamento che “nel 2015 e nel 2016 la crescita economica reale beneficerebbe in modo marginale delle manovre espansive, rimanendo sostanzialmente invariata rispetto al quadro tendenziale”. Non solo: “Nel 2017 – ha aggiunto il presidente dell’Istat – in conseguenza dell’orientamento restrittivo della manovra programmata (4 decimi di punto di Pil) la crescita economica si ridurrebbe di quasi due decimi di punto rispetto al quadro tendenziale”.

La distanza tra parole e fatti si nota anche nel campo delle società e degli enti statali. Alla jattanza con cui Renzi si bea di non interferire nelle aziende a partecipazione o a controllo pubblico – come nel caso spesso indicato da Renzi della Rai, dove non chiama mai i vertici, tanto che il dg Luigi Gubitosi per dire qualcosa al premier ricorre ad interviste come quella recente al Fatto Quotidiano in cui tra l’altro ha preannunciato che presto si farà da parte – fa da contraltare chi da un lato assicura – dopo essere stata nominata direttore dell’Agenzia delle Entrate – di non conoscere quasi per niente il presidente del Consiglio e, dall’altro lato, partecipa entusiasticamente alla riunione di una corrente (ovvero la Leopolda 5 di Renzi), e saluta il premier a qualche centimetro di stanza con un amicale e amichevole “Matteo”. Vedere e ascoltare per credere questa scivolata istituzionale qui (VIDEO) e iniziare a riflettere su alcune recenti nomine pubbliche.

Le panzane di Renzi

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