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Sono quattro le banche italiane dell’Eurozona che non hanno passato l’esame dei bilanci voluto dalla Bce di Mario Draghi: Monte dei Paschi di Siena, Carige e le popolari di Vicenza e Milano. A loro spetta il compito di racimolare nei prossimi mesi, nove per la precisione, circa 9,5 miliardi di euro di nuovo capitale.

TROPPE ANOMALIE?

Un giudizio forse troppo severo secondo molti addetti ai lavori, che non hanno condiviso i criteri adottati da Francoforte per condurre questa indagine. Alcune di queste presunte “anomalie” e disparità di trattamento sono state evidenziate oggi sul Corriere della Sera da Fabrizio Massaro. “Che cosa sia successo per esempio nella valutazione dei derivati – scrive – lo spiega Andrea Resti, professore di Economia degli Intermediari finanziari alla Bocconi e vicepresidente del banking stakeholder group dell’Eba: «Era tecnicamente difficile valutare su basi omogenee le minusvalenze potenziali dei titoli strutturati. Un conto è simulare la svalutazione di un credito o di un titolo di Stato, un conto la svalutazione di uno strutturato come un cdo (collateralized debt obligation, cioè debiti garantiti da altri debiti, ndr). Per questo si è dovuto fare affidamento sulle stime delle singole banche, quelle che usano i modelli interni». Come appunto le maggiori tedesche (ma anche le italiane)“.

LO STRESS TEST

A destare ulteriore scalpore sono stati gli stress test, che hanno evidenziato altre disparità tra gli Stati. “Per gli italiani – riporta Massaro citando il commento dell’ad di Mediobanca, Alberto Nagel – è stato «come un triplo stress», dato che il 2013 — punto di partenza dell’esame dei bilanci — era stato segnato da «forti rettifiche su crediti» e dell’avviamento «derivanti dalla recessione in corso da anni». Su queste basi, lo stress test ha avuto «un effetto moltiplicativo»“.

Questo perché il test, criticato in questo senso anche da Bankitalia, è stato costruito su uno scenario estremo, quasi apocalittico per la Penisola, che ha pagato per il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, anche il fardello, pesante, del suo elefantiaco debito pubblico.

IL PROBLEMA TEDESCO

Se l’Italia ha pagato dazio, ad essere stata promossa a questo esame è stata senza dubbio la Germania. Ad avvantaggiare Berlino ci sono stati molti elementi. In primo luogo alcuni sistemi bancari hanno beneficiato di cospicui interventi da parte dei governi: quasi 250 miliardi di euro in Germania. Quello italiano non lo ha fatto (un aspetto sottolineato anche dall’editorialista Guido Salerno Aletta). Oppure il fatto che le banche tedesche – come ha scritto Il Sole 24 Ore – siano considerate più solide per “la loro bassa esposizione al credito, non certo l’abbondanza di capitale che anzi è tenuto ai livelli minimi indispensabili. Quel che lascia perplessi – ha proseguito il quotidiano di Confindustria – è che le attività di trading finanziario” di cui gli istituti di credito in questione fanno largo uso, “siano di fatto considerate meno pericolose“. Mentre le banche italiane, più inclini a prestare denaro a cittadini e imprese, sarebbero per questo state penalizzate. O ancora la promozione a pieni voti delle Landesbank, le banche regionali tedesche, sulle quali invece si erano concentrati alla vigilia i dubbi di molti analisti.

In più, svela Massaro, “se si fossero applicate le regole contabili cosiddette di Basilea 3 a pieno regime, come sarà dal 2019, le banche bocciate sulla base del bilancio 2013 non sarebbero state 25 (di cui 9 italiane) ma 36. E di queste cinque sono tedesche, contro una sola realmente bocciata, la Muenchener Hypo. Ma per il momento Basilea 3 non è pienamente adottato, così lo stress test si è basato sul livello transitorio applicato Paese per Paese. Tra le escluse per esempio c’è la tedesca Hsh Nordbank, molto esposta nel settore dell’industria navale (un dubbio sollevato sul Corriere anche da Stefania Tamburello, ndr), controllata dalla città di Amburgo e dalla regione dello Schleswig Holstein“.

Infine, “un altro punto non emerso nel giudizio finale ma evidenziato ieri dal New York Times è la debolezza delle banche tedesche sulla leva finanziaria: Deutsche Bank era a fine 2013 la penultima tra le 25 tedesche sotto esame come leverage ratio, superata solo da Muenchener Hypo“.

Un lungo elenco di differenze sul quale si sono innescate ipotesi, come quella di Gian Maria De Francesco, che dalle colonne del Giornale ha lanciato l’idea che l’Italia avrebbe barattato a livello europeo un giudizio negativo per le sue banche con maggiori margini di manovra negli stretti tornanti del Fiscal Compact. Insomma Roma, per dirla con Antonio Guglielmi, capo analista di Mediobanca Securities, che sul tema ha realizzato un report, avrebbe accettato di fare il “capro espiatorio” di questi stress test.

IL CASO MONTEPASCHI

Tra tutte queste stranezze, Massaro ne intravede un’altra che riguarderebbe in modo specifico il Montepaschi, analizzata in precedenza da Formiche.net. “Di fatto per Mps – sottolinea il cronista del Corriere, riprendendo le tesi già espresse in un comunicato stampa di Rocca Salimbeni – sarebbero valsi gli stessi criteri delle banche sane, e non quelli delle banche in ristrutturazione come le greche“. Ovvero, “a queste ultime è stato applicato il bilancio «dinamico», cioè sono le proiezioni del piano di ristrutturazione, e sulla base di ciò non dovranno coprire i 2,5 miliardi mancanti“. Siena lamenta invece, secondo il Corriere, “che di fatto il bilancio dinamico sarebbe stato disapplicato per loro, visto che non sarebbero stati considerati i cambiamenti in corso nel suo modello di business, costruito sulle commissioni più che sugli interessi, né la possibilità di non rimborsare gli aiuti di Stato, pur prevista negli accordi con Bruxelles“. Una linea “non attesa quando Mps chiese a giugno 5 miliardi al mercato“.

LE INCONGRUENZE SOLLEVATE DAL SOLE

Su tutto, rileva anche Adriana Cerrettelli sul Sole di oggi, c’è il fatto che “proprio quando il rilancio della crescita economica dovrebbe essere a tutti i livelli la priorità delle priorità in Europa, sono state più penalizzate nel giudizio le banche tradizionali, che fanno credito all’economia reale, rispetto a quelle d’affari che privilegiano finanza e derivati. Come per caso le più esposte della prima categoria si trovano in Italia (56,2% dell’attivo totale), Spagna e Olanda. Contro il 30,5% in Germania e il 36% in Francia. I derivati nelle grandi banche tedesche rappresentano quasi il 27% dell’attivo“.

npl

Il Corriere della Sera coccola le banche italiane stressate dai test Bce

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