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Mentre scrivo Renzi sta tenendo il suo discorso alla Leopolda, e pochi minuti fa ha parlato di energia, di campi di idrocarburi in Mozambico, di tentativo del PD di ridare una politica energetica seria a Italia ed Europa. È uno dei primi temi che ha toccato e nei discorsi importanti non l’ha mai trascurato.

Tre giorni fa il Consiglio europeo ha scelto gli obiettivi al 2030 del nuovo Pacchetto clima-energia. Dal 20-20-20 si passa al 40-27-27, ossia alla riduzione del 40% delle emissioni climalteranti e all’aumento del 27% di fonti rinnovabili ed efficienza energetica (quest’ultimo nuovamente non vincolante, ripetendo l’errore del pacchetto precedente). Un risultato salutato come positivo solo da Governo e Confindustria.

Eppure di energia non si è parlato un granché sui media. Come non si è parlato delle politiche nazionali orientate con l’ultimo Governo contro il fotovoltaico e le fonti rinnovabili in generale. Sembra quasi che di energia si possa parlare sui media solo per dire che in Italia l’energia costa di più che negli altri Paesi e che le pompe di benzina seguano il costo del barile a senso unico.

Ci sono però diversi motivi per tenere il tema energetico sotto la lente di ingrandimento. L’energia è il motore del nostro sviluppo e del nostro quotidiano. Non ci consente “solo” di spostarci velocemente, di comunicare, di illuminare, di riscaldare e cuocere, ma ci assicura acqua e cibo a casa, ossia la stessa sopravvivenza, e il suo utilizzo impatta sull’ambiente e le persone. Usarla bene e averne a sufficienza è dunque strategico.

Purtroppo si tratta di una tematica complessa, che si presta poco ai dibattiti da talk show e che richiede un livello minimo di conoscenza per parlare di politiche i cui effetti si manifestano dopo anni e che impattano su estesi sistemi a rete. Si può però discorrere di punti chiave, come i seguenti.

Perché 40-27-27? Si dimezzano le emissioni (100% di incremento dell’obiettivo), ma rinnovabili ed efficienza aumentano solo del 35%? Vero è che si possono ridurre le emissioni agendo su variabili diverse da quella energetica (ad esempio rivedendo alcuni processi produttivi), ma una differenza così marcata suona strana. Ed è più facile che si riveli inadatta o più costosa, come evidenziato da studi del Fraunhofer institute e di altri organismi di studio e ricerca. Il fatto che nessuna associazione energetica o ambientalista saluti il programma come ambizioso o soddisfacente, del resto, la dice lunga sull’entità dei numeri.

Dopo avere speso tanti soldi negli ultimi anni per promuovere le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica (circa 13 miliardi l’anno in bolletta in Italia) che senso ha focalizzarsi sui campi di idrocarburi in Mozambico o di shale gas negli USA? Quale ratio giustifica provvedimenti nazionali come lo “Spalma incentivi” (l’idea di far pagare meno l’energia alle PMI, l’unico soggetto che veramente paga più di quanto accada negli altri Paesi, ho scritto in passato che non regge), che hanno messo in ginocchio l’industria di settore e trasformato quello che era nato come un investimento in una spesa? Sentire sottosegretari come Enrico Morando alla recente kermesse Smart energy expo affermare che non è vero che le politiche governative hanno messo in crisi le aziende ricorda Silvio Berlusconi di qualche anno fa che affermava che tutto andava bene. Certo le grandi realtà andranno avanti, ma alle spese di un pezzo di rivoluzione (democratica?) energetica.

Ad ogni modo è meglio chiarire che qualunque scelta si faccia (idrocarburi convenzionali, rinnovabili, smart cities, etc.) costa e determina un aumento nel breve periodo sul costo dell’energia (o sulla tassazione generale) che, se tutto va bene, produce benefici a medio e lungo termine. L’energia in altre parole la paghiamo cara a causa di contratti take or pay stipulati a condizioni oggi non convenienti e di scelte sbagliate negli ultimi decenni, sia di policy che imprenditoriali, nel settore energetico. Cambiare continuamente policy è il modo migliore per continuare ad aumentare il prezzo dell’energia senza ottenere mai dei benefici.

La via dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili non è più costosa di altre e garantisce nel tempo la possibilità di contare su fonti presenti in Italia e in Europa e di ridurre l’impatto sull’ambiente e le persone (ignorare i rapporti IPCC e i danni alla salute e alle opere umane causati in alcuni territori da alcuni impianti è più che miope). Il tutto giocando nel contempo un ruolo di driver tecnologico e di competenze a livello mondiale. Ad oggi la mia impressione è che si stia andando in un’altra direzione, guidati dalle lobby messe in difficoltà dalla diminuzione della domanda di energia e dalla crescita impetuosa delle fonti rinnovabili.

Per chiudere leopoldianamente, il futuro sarà solo l’inizio, ma il presente mi sa tanto di lontano passato. 

Politica energetica fra 2030 e Leopolda

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