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La premessa è che non ci sono prove evidenti e non si conoscono bene i piani. Ma se l’Fbi ha deciso di aprire un’indagine qualcosa sotto c’è. Parliamo dei sospetti tentativi dell’Iran di interferire nelle elezioni statunitensi, che hanno portato l’agenzia a dedicare un dossier apposito lo scorso giugno. Nel mirino ci sarebbero entrambe le campagne, sia quella di Donald Trump sia quella di Kamala Harris, motivo per cui ad entrambi è stata richiesta la massima allerta. Teheran potrebbe trarne vantaggio, entrando in possesso di informazioni più o meno importanti, come sarebbe accaduto a The Donald. Secondo il suo staff gli iraniani avrebbero passato alla stampa alcuni documenti, ma non sembrerebbe niente di sensibile e, come anticipato, al momento non ci sono evidenze che proverebbero l’accusa.

Come raccontato dal Washington Post, la vittima sarebbe Roger Stone, stretto collaboratore di Trump e funzionario storico del Partito repubblicano, a cui gli hacker avrebbero provato sottrarre l’email due mesi fa. A farglielo notare è stata l’Fbi, che lo ha informato sul fatto che il suo indirizzo di posta elettronica sarebbe stato compromesso da un “attore di uno Stato straniero” con l’obiettivo di infiltrarsi nella campagna del tycoon.

Negli ultimi tre mesi, anche Microsoft ha notato un aumento delle attività informatiche della Repubblica islamica in linea con l’aumento registrato alle scorse elezioni. Il rapporto è stato pubblicato a ridosso dell’apertura delle indagini ed è stato utilizzato dalla campagna di Trump per avvalorare la sua tesi. Nel report, Microsoft ha messo sotto i riflettori quattro siti, segretamente collegabili alle autorità di Teheran, che pubblicavano articoli su tematiche polarizzanti – che siano le elezioni di novembre, i diritti della comunità Lgbtq+ o la guerra tra Israele ed Hamas – volte a disinformare il pubblico americano. Tra questi siti c’è anche Mint Sandstorm, che sarebbe gestito dalle Guardie rivoluzionarie islamiche, che a giugno avrebbe inviato un’email di spear-pishing a un alto funzionario della campagna elettorale.

Solitamente, a differenza di quelle lanciate dalla Russia, le iniziative iraniane arrivano più a ridosso del voto e sono per lo più incentrate a creare scompiglio piuttosto che a decidere il risultato finale. Motivo per cui gli investigatori erano soprattutto concentrati a monitorare Mosca, che rimane ancora il pericolo numero uno quando si tratta di guerra ibrida. Qualcosa nell’ultimo periodo è però cambiato e da parte iraniana ci sarebbe la volontà di far perdere Trump. Motivo per cui l’intelligence si è premurata di avvertire tutti.

Se dietro ci fosse davvero Teheran, sarebbe in buona compagnia. Dal team del candidato conservatore hanno infatti riferito di essere stati presi di mira più volte da soggetti esterni e che gli iraniani sono “quelli meno sofisticati” della lista. Insomma: seppur in modo confusionario e forse poco incisivo nonostante il contributo dell’intelligenza artificiale, stanno cercando di copiare i russi con queste operazioni informatiche.

Lo scorso mese, l’Fbi ha dovuto notificare a Joe Biden e il suo staff lo stesso avvertimento consegnato a Trump: qualcuno stava cercando di intrufolarsi dall’esterno. “A luglio, i team legali e di sicurezza della campagna sono stati informati che eravamo nel mirino di un’operazione di influenza da parte di un attore straniero”, ha spiegato due giorni fa un componente della campagna di Harris. Tuttavia, non sembrano esserci state ripercussioni. “Abbiamo adottato solide misure di sicurezza informatica e non siamo a conoscenza di alcuna violazione dei nostri sistemi derivante da questi tentativi”.

Ad ora siamo nel campo delle ipotesi e non ci sono elementi concreti per puntare il dito contro l’Iran. Ad ogni modo, è meglio restare vigili.

Allerta Iran per le presidenziali americane. L'Fbi apre un'indagine per presunte interferenze

L’intelligence vuole vederci chiaro su alcune attività informatiche sospette, collegabili alla Repubblica islamica. A essere presa di mira è la campagna di Donald Trump, che ha denunciato il caso collegandolo a un rapporto di Microsoft pubblicato pochi giorni fa proprio sulle interferenze di Teheran. Nel mirino anche la campagna di Kamala Harris

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