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Il prezzo del petrolio ha toccato il minimo storico. Il Brent è arrivato a 71,58 dollari il barile, mentre l’americano West Texas è ai minimi degli ultimi tre anni: 74 dollari. L’ulteriore caduta è avvenuta dopo che il vertice dell’Opec ha deciso di mantenere invariata la produzione, lasciandola a 30 milioni di barili al giorno. Al vertice dell’organizzazione, a Vienna, i governi di Iran, Venezuela e Russia hanno cercato di fare pressione per procedere ad un taglio della produzione che avrebbe fatto salire il valore del greggio, ma l’Arabia saudita e gli Emirati arabi hanno preferito votare contro.

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“È stata una caduta grave e veloce, che sembra aver sorpreso i Paesi produttori”, ha detto Bill Faren-Price, direttore generale dell’agenzia di consulenza indipendente Petroleum Policy Intelligence. Anche il recente recupero del dollaro nel mercato internazionale influisce nella caduta del prezzo del petrolio.
Per Goldman Sachs e l’Agenzia Internazionale dell’Energia, se la produzione resta uguale, la situazione potrebbe durare fino alla prima metà del 2015. Ma chi viene favorito e chi no da questa decisione?

I VINCITORI: ARABIA SAUDITA

“Il prezzo del petrolio sale e scende tutto il tempo. Ancora non c’è una situazione di panico”, ha detto Alex Schindelar, responsabile dell’ufficio a Dubai di Energy Intelligence, un’azienda di analisi del settore energetico. Dopo avere accumulato una riserva di circa 750 miliardi di dollari, l’Arabia saudita (maggior produttore di petrolio al mondo) sta cercando di diversificare la sua economia per non dipendere dal greggio. Così, la monarchia si è detta soddisfatta dall’attuale situazione e ha votato contro la proposta di ridurre la produzione. Gli esperti di energia credono che si tratti di una strategia di Riad per far fronte alla concorrenza di Paesi come Iran, Siria Russia e Stati Uniti, nuovo leader nella produzione di shale oil. Il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, ha smentito nelle ultime ore che si tratti di “una guerra di prezzi” e ha insistito che i produttori non fissano i prezzi, ma lo fa il mercato.

STATI UNITI

Anche se le compagnie americane che hanno investito in aziende petrolifere rischiano di registrare grosse perdite nei prossimi mesi, come ha avvertito ieri il Financial Times, gli Stati Uniti beneficiano di questa situazione, perché stanno diventando un interlocutore sempre più influente tra i produttori di petrolio.

INDIA

Beneficiano dalla caduta del prezzo del petrolio anche i consumatori, perché questo si traduce in una bolletta dell’energia più economica, anche se gli effetti sono dilatati come si vede anche in Italia. Il risparmio degli importatori di petrolio si riflette nel costo del carburante che consumano le famiglie. Russ Koesterich, responsabile di strategie di investimento di BlackRock, ha detto che “per i Paesi che importano il petrolio che consumano, la caduta del prezzo è una benedizione. Un altro beneficiario è l’India, che importa l’85% del petrolio”.

Secondo Goldman Sachs, i settori della Borsa che più beneficiano dalla caduta del prezzo del petrolio sono telecomunicazioni, sanità e media.

I PERDENTI: VENEZUELA

Il 70% dell’economia del Venezuela dipende dalle vendite di petrolio, per cui il governo di Nicolás Maduro è tra quelli che ha fatto più pressione al vertice di Vienna per ridurre la produzione e dunque alzare il prezzo. Un’analisi di Nomura, sostiene che “gli investitori di titoli venezuelani stanno cominciando a preoccuparsi per l’impatto negativo della caduta del petrolio sul debito. Nonostante il rischio di rivolte sociali nel Paese, Maduro dovrà portare avanti dure riforme per sostenere l’economia”.

RUSSIA

Il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito a lungo dei rischi della situazione per la Russia, dove circa il 50% delle risorse dello Stato provengono dalla vendita del petrolio e il gas. Leonid Fedun, vicepresidente del gruppo petrolifero Lukoil, sostiene che la produzione russa diminuirà entro i prossimi cinque anni da 525 a 490 milioni di tonnellate a causa del crollo dei prezzi del petrolio e delle sanzioni imposte a Mosca per la crisi ucraina. La Banca centrale russa ha deciso di quotare la moneta liberamente, ma questa decisione, secondo l’Fmi “non protegge l’economia dagli effetti della caduta del prezzo di petrolio e la decrescita economica”.

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