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I presidenti delle Commissioni Esteri della Camera e del Senato – Casini e Cicchitto – hanno scritto una lettera “politicamente corretta” al Corriere della Sera. In essa propongono l’intervento della “comunità internazionale” (ma che cosa è?) e dell’ONU (ma è in grado di farlo, senza combinare pasticci come nella ex-Jugoslavia?) per aiutare con truppe terrestri, che gli USA per ora non vogliono fornire, le milizie curde – i Peshmerga nel Kurdistan iracheno e i Reparti di Protezione del Popolo in quello siriano – che combattono contro l’offensiva dell’autoproclamatosi Califfato Islamico. I due presidenti sostengono che l’ISIS ha la potenzialità non solo di distruggere l’ordine geopolitico nel Medio Oriente, ma anche di minacciare l’Occidente, specie con i “combattenti stranieri” andati ad ingrossarne le fila da tutto il mondo anche dall’Occidente.

La capacità dell’ISIS di sovvertire l’ordine degli Stati in Medio Oriente è indubbia. Ha dimostrato sia nel Nord della Siria e dell’Iraq, sia nell’avanzata verso Baghdad lungo le vallate del Tigri e dell’Eufrate di possedere una notevole abilità tattica: flessibilità nel mutare il centro di gravitazione degli attacchi; capacità di concentrare le sue forze e di farle ritirare senza sbandamenti, in caso d’insuccesso e di coordinare il fuoco dell’artiglieria con la manovra della sua mobilissima fanteria e l’azione convenzionale con atti terroristici, soprattutto a Baghdad.

I combattimenti sono stati sostenuti da una sofisticatissima e abile propaganda. Essa è stata volta al nemico, per terrorizzarlo; alle masse islamiche, per suscitare reclutamenti e finanziamenti; all’Occidente, per provocarne l’intervento e accrescere così il prestigio dell’ISIS nell’Islam. Di certo, il Califfato pensa di poter resistere e di rappresentare tutte le frustrazioni e la volontà di vendetta dell’Islam. La stessa “trovata” della proclamazione del Califfato, la scelta delle bandiere nere – il nero è per i musulmani il colore della vendetta – e l’immagine delle decapitazioni e uccisioni e violenze di massa, sono funzionali a un programma ben congegnato di conquista del consenso. Sono volte ad attirare l’Occidente o, come vogliono i due presidenti delle commissioni esteri – la comunità internazionale in una trappola. L’ISIS pensa di poter resistere e, comunque, di poter risorgere in caso di sconfitta. Sa bene che l’eliminazione del radicalismo, che è alle sue basi, non è qualcosa che possa essere ottenuta con le armi. Quella che combatte è una guerra ideologica che si svolge essenzialmente all’interno dell’Islam. Non è come al-Qaeda, la cui priorità era per il “nemico lontano”. Combatte per i cuori e le menti dei credenti musulmani. Finché il radicalismo esisterà, alimentato dai fanatici wahhabiti pilastro della casa regnante dell’Arabia Saudita, l’ISIS sarà in grado di reclutare più combattenti di quanti gli USA o – come vorrebbero Casini e Cicchitto – la comunità internazionale riusciranno ad uccidere.

Come nelle guerre coloniali del XIX secolo il gioco vale la candela per l’Occidente se il costo umano, politico e finanziario della lotta contro l’ISIS non supererà un certo livello. A tal fine non bisogna, a parer mio, sopravvalutarne il pericolo. Esiste per il Medio Oriente. E’ molto inferiore per l’Occidente. Una cosa è la capacità di sconfiggere le scombinate truppe governative irachene e i Peshmerga, poco armati e gli ancor peggio equipaggiati difensori di Kobane, tutt’altra è effettuare attentati terroristici in Occidente. Essi devono essere sufficientemente sofisticati per superare la maggiora efficienza delle forze di sicurezza interna. L’ISIS ha per ora difficoltà anche a proiettare all’esterno dell’Iraq e della Siria le sue capacità di combattimento convenzionale. I tentativi di attacco fatti in Giordania e in Libano si sono tradotti in sonore sconfitte. Gli jihadisti sono stati surclassati dalla Legione Araba e dagli Hezbollah. A parer mio l’effettiva minaccia dell’ISIS all’Occidente è eccessivamente amplificata dai media, sempre alla ricerca di eventi drammatici e spettacolari. Lo è anche la trasformazione di Kobani in un simbolo della vittoria o della sconfitta dell’ISIS. Penso che la cosa migliore sia aspettare, senza commuoversi troppo alla sorte dei curdi iracheni e siriani. Come dice Marchionne, la strategia come gli affari non hanno bisogno di cuore. Non bisogna lasciarsi travolgere dalle emozioni. Occorre attendere che gli Stati arabi sunniti – a cui va aggiunta la Turchia di Erdogan – che hanno sinora avuto un comportamento ambiguo (è un eufemismo!), mostrino le loro carte. A parer mio, non lo si potrà fare con l’intervento dell’ONU, né tanto meno con quello della patetica Europa, ma solo facendo temere ai sunniti che gli USA stiano cambiando di campo e che ricerchino per attaccare l’ISIS l’appoggio di Assad in Siria e dell’Iran in Iraq.

A parer mio, Washington dovrebbe mantenere l’iniziativa. D’altronde, sia in Siria che in Iraq sta comportandosi come alleata di Damasco e di Teheran. La possibilità di un avvicinamento americano all’Iran dovrebbe indurre la Turchia a schierarsi completamente con l’Occidente, abbandonando l’attuale doppiezza. Verrebbe infatti messa in discussione la capacità di Ankara di ottenere l’egemonia regionale, a cui ambisce la fazione neo-ottomana dell’AKP.

La proposta di Casini e Cicchitto non è solo in linea con il tradizionale ecumenismo della politica estera italiana, giunto alla ridicola aggiunta alla denominazione del Ministero degli Affari Esteri dell’inciso “e della cooperazione internazionale”. Mi sembra che sia avvalorata da talune tendenze manifestatesi sinora solo a livello di esperti strategici in Russia e in Cina, favorevoli ad appoggiare gli americani nella loro lotta contro l’ISIS. Essi giudicano pericolosa la costituzione del Califfato per la sicurezza nelle regioni musulmane. Temono che ne possa intensificare il radicalismo. Molti uiguri hanno raggiunto l’ISIS. Il brillante comandante delle forze del Califfato a Ovest di Baghdad è un ceceno. Beninteso, la Russia è divisa fra vari interessi. Con i loro aerei, gli USA stanno eliminando molti radicali islamici, che così non torneranno nel Caucaso e in asia Centrale. Inoltre, rafforzano Assad. Un avvicinamento degli USA a Teheran metterà però l’Iran – primo possessore di gas del mondo – in condizioni di rifornire l’Europa con gasdotti terrestri, rompendo il monopolio di Gazprom. Pechino dal canto suo sta già esaminando con Washington che cosa fare per evitare la destabilizzazione del Medio Oriente, da cui dipende per soddisfare la sua già enorme, e ancora crescente sete si petrolio e di gas. Forse un accordo sarà possibile. Ma è meglio per tutti se il bastone di comando rimarrà nelle mani americane, anziché passare in quelle dell’ONU. Esso combinerebbe “pasticci” come nell’ex-Jugoslavia.

Qualora si realizzasse tale intesa, anche solo fra Washington e Pechino, l’ISIS avrebbe dato un apporto positivo al nuovo ordine mondiale. Per l’Italia sarebbe vantaggioso. Non abbiamo né la capacità politica né la forza necessarie per opporci al disordine. Gli altri “grandi” europei, faranno comunque per conto loro. Di cero non chiederanno alla Mogherini il permesso di farlo. Ma con l’Iran abbiamo sempre avuto ottimi rapporti. Li dovremmo sfruttare non solo in nome di una ridicola cooperazione internazionale o di un multilateralismo che, come dimostrato dall’amb. Ferraris, non esiste in natura, ma per il nostro interesse nazionale, che è quello che conta. Insomma, lasciamo al Vaticano il buonismo e l’ecumenismo, che fanno parte del suo mestiere e, per prima cosa, ritorniamo al vecchio nome del ministero degli esteri, se non altro per non fare ridere i polli.

Perché Obama non deve mollare il comando delle azioni anti Isis

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