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Negli ultimi centoquarant’anni centro e destra, di solito contrapposti, non hanno brillato quanto a capacità strategica; sono stati più disinvolti che coerenti; hanno commesso errori in antitesi coi propri postulati; si sono lasciati imbrigliare da una sinistra numericamente minoritaria ma politicamente più ardita sino all’avventurismo. Ne segnalo alcune fasi storiche non marginali e che restano nel retaggio di forze che riescono a farsi sconfiggere anche quando hanno buone ragioni da vendere. Tutto cominciò dal cedimento clientelare e localistico alle lusinghe della Sinistra storica di Depretis, passando di seguito all’utilizzo dei prefetti e dei mazzieri da questi orientati.

Clamoroso fu il cambio vistoso delle alleanze internazionali del 1915 col passaggio in guerra contro i vecchi amici e il successivo smarrimento difronte alle settimane rosse e alle prepotenze dei massimalisti, nella convinzione di poter costituzionalizzare il fascismo. Il compromesso clerico-corporativo con Mussolini costituì la premessa della chiamata a raccolta della borghesia nazionale come forza di consenso per conquistare all’Italia una sua quarta sponda mediterranea spettantele per «diritto romano antico». Dal sostegno al colpo di Stato del 25 luglio 1943 la borghesia del nord passò disinvoltamente all’adesione alla Repubblica di Salò per lucrare sulle commesse militari dei tedeschi. Quindi dal cambio di fronte proalleati vincenti lo stesso management moderato transitò alla tentazione di dare corpo ad un quarto partito, inventato nel 1947 nelle stanze del Corriere della Sera nella convinzione di sostituire la Dc di De Gasperi e il frontismo di comunisti e socialisti.

Un capolavoro di doppiezza fu l’ingresso in massa nella rimonta cattolica geddiana del 18 aprile 1948 per quindi schierarsi a parteggiare per la Confintesa che avrebbe dovuto garantire la rivincita delle forze laiciste minori, non soltanto perché fra loro divise. Indi ci si trastullò nell’illusione di poter inventare un De Gaulle italiano (fosse Fanfani o Pacciardi, Segni o Merzagora), mobilitandosi in una avversione totalizzante contro il centrosinistra. Del tutto conseguente il rifiuto del regionalismo e delle istituzioni costituzionali inedite, contestuale al favore per il ribellismo calabro-campano-lucano che schiantò il salto generazionale nella Dc e favorì la liquidazione del dialogo democratico di centrosinistra per rincorrere il lib-lab social-liberale.

Poi il classico autogol: dal sostegno alla campagna giudiziaria moralistica che assassinò il sistema tradizionale dei partiti, centro e destra si impegnarono nella creazione delle condizioni per l’inaugurazione della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma il coniugio fra borghesia affaristica nordista col fondamentalismo leghista separatista, contrariamente alle attese, condusse alla cacciata dal tempio dei politici improvvisati e senza storia. La spaccatura del Paese fra anticomunisti e antiberlusconiani (sorretti quest’ultimi dall’establishment) fece decadere la politica nel suo complesso. Morale: il centrodestra italiano ha sempre giocato sull’estremismo contrapposto.

Quando ha tentato, come nel 2011, di separare il centro da una destra fattasi troppo giustizialista e prepotente, il centrodestra s’è smarrito: da padrone d’Italia che era per voto popolare dal 2008, s’è lasciato ingabbiare dalle trame intriganti di poteri istituzionali interni e autorità monetarie e mercatiste franco tedesche. Inventando – ancora una volta sotto l’usbergo, la protezione ufficiale e la propaganda del Corriere della Sera – quel podestà straniero che s’incarnò, per autodefinizione, in Mario Monti: sicuro, assieme a Corrado Passera e ai tanti voltagabbana della vecchia sinistra e del centro affarista che gli si accodarono, di bloccare la crisi economica nazionale e riaggiustare, con austerità inflessibile e misure concrete velleitarie e inevitabilmente fallite, i conti pubblici.

Sta finendo il 2014. L’Italia, da pericolante che era tre anni orsono, è in piena recessione. Ogni tentativo di riforme strutturali – possibili unicamente attraverso una convergenza costruttiva ma non mescolatoria fra Renzi e Berlusconi – viene frustrato da veteroreazionari camuffati da sinistra pura e moralisticamente integerrima che si sente più che mai in gioco per spezzare le reni al principe fiorentino e al cavaliere di Arcore. Contro quest’ultimo sono sempre in azione decompositoria un piccolo contingente di cooptati (che si ritengono politicamente emancipati se applauditi a sinistra per il loro non proprio coraggioso distacco dalla casa-madre), nonché gruppetti di vecchi quadri (anch’essi cooptati, ma in epoca più remota), timorosi delle preferenze che Berlusconi palesemente oggi riserva ai più giovani di Forza Silvio.

Il dramma del centrodestra attuale è di non avere una proposta politica riformatrice propria, nettamente riconoscibile; di non sapere discernere fra centro e destra, che sono due istanze anche fortemente distanti (alleabili ma non unificabili); di credere che gli avversari aspettino i suoi comodi o le pastette (già annunciate) per sostituire Giorgio Napolitano al Quirinale; di non azzardarsi ad assumere iniziative politiche non di mero contenimento del potere distruttore d’una sinistra divisa come non mai; di non cogliere la protesta vagheggiata persino dal vertice della Cei verso una politica di governo arruffona, allegra per risultati che ha pensato, ma non ci sono.

Giovanni Di Capua

Ecco il dramma del centrodestra attuale

Negli ultimi centoquarant’anni centro e destra, di solito contrapposti, non hanno brillato quanto a capacità strategica; sono stati più disinvolti che coerenti; hanno commesso errori in antitesi coi propri postulati; si sono lasciati imbrigliare da una sinistra numericamente minoritaria ma politicamente più ardita sino all’avventurismo. Ne segnalo alcune fasi storiche non marginali e che restano nel retaggio di forze che…

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